In questo ultimo anno ho avuto modo di fare un sacco di cose nuove: odiare grandemente la (in)civiltà umana, stabilire un nuovo record di isolamento sociale, rimescolare le carte del mazzo che la vita mi aveva messo in mano, trovare casa nel cuore di un paesino, arrabattarmi per ristrutturarla dando fondo alle mie (non enormi ma efficaci) conoscenze in materia di edilizia, apprezzare la facilità con cui in un paesello ci si conosce rapidamente tutti, ridacchiare tra me al pensiero di aver portato una seppur minima ondata di diversità in un posticino vagamente ed idealmente isolato.
Non starò qui a dire chi ha reagito come all'idea che io in prima persona stessi lì a piastrellare il bagno o a stendere l'intonaco sulle pareti o ad infilarmi con sicurezza, con un fuoristrada di degno rispetto, in mezzo a stradine larghe come budelli senza, con questo, tirarmi via le facciate delle case. Non è questo il punto e non c'è nemmeno una classifica da stilare in quanto le reazioni sono state varie e trasversali.
Il punto è che questa esperienza in un modo o nell'altro mi ha un po' cambiato. Avere le mani occupate dà al cervello modo di riflettere con calma.
Avere un continuo scambio di vedute con operai, mastri e maestri del mestiere mi ha fatto capire che spesso e volentieri l'unico limite a noi stessi siamo noi stessi in prima persona.
Sentirsi chiedere aiuto senza alcuna remora e decidere di chiedere aiuto senza farne una questione di Stato mi ha insegnato che i pregiudizi degli uni e degli altri non sono poi così difficili da superare.
Osservare la realtà di un mondo agricolo, dove chi lavora lavora a prescindere e si assume i compiti e i ruoli che può - a sua discrezione - ricoprire, mi ha fatto vedere le tanto spinose questioni di genere sotto un altro aspetto.
La mia sola presenza in mezzo a quel panorama a prima vista uniforme ma in realtà incredibilmente variegato nella sostanza, mi ha fatto rivalutare l'impatto che ho e che dovrei avere nel mondo.
Eppure qualcosa ancora non mi quadrava.
Che senso avrebbe avuto questo impatto se avessi mostrato solo una parte di me? Che genere di contributo avrei potuto dare se avessi mentito spudoratamente dicendo che "sì, una donna come me può anche piastrellare/stendere l'intonaco/trasportare materiale edile"?
Io non sono una donna. Ho un corpo femminile, ma questo non fa di me una donna.
È vero che una donna può fare queste cose, non lo metto in dubbio e non intenderò mai farlo, ma perché dovrei prendere ad esempio me che donna non sono? Perché dovrei nascondermi dietro una mezza verità? Solo perché la mia biologia è simile a quella delle donne (non uguale, nessuna è uguale, nessuno è uguale, nessun* è uguale) perché dovrei mettere questa biologia prima ancora di me quasi dovesse rappresentarmi? Così facendo, non darei più valore al corpo, agli ormoni, ai geni, ai genitali con i quali si nasce? Non definirei forse le persone in base a ciò che hanno tra le gambe per decidere cosa possono o non possono fare nella vita?
Sì, lo farei, decisamente.
L'ho fatto, in passato, anche se "per una buona causa"?
Sì.
Ma quale causa ho tradito, facendolo, se non quella di chiunque?
Delle donne cisgender che vengono definite capaci/incapaci a causa della biologia; degli uomini cisgender che vengono definiti capaci/incapaci a causa della biologia; delle donne transgender che vengono definite in base alla biologia; degli uomini transgender che vengono definiti in base alla biologia; delle persone transgender che come me non si riconoscono in un genere singolo, o che si riconoscono in un genere neutro, o in un genere doppio, o che non si riconoscono in alcun genere o che si riconoscono in una delle molteplici sfumature e fanculo alla biologia.
E così, tra i tanti cambiamenti che quest'ultimo periodo ha apportato in me annovero anche questo: smetto di dare il contentino al mio prossimo, smetto di combattere battaglie a metà, ed inizio ad "imporre" la mia presenza per quella che è.
Pure fuori da Facebook e nella "vita vera".
Se dobbiamo combattere gli stereotipi dobbiamo smettere di essere noi stessi degli stereotipi, sennò non se ne esce più.
Se vogliamo il cambiamento dobbiamo noi per primi essere in grado di accettare e promuovere il cambiamento.
Se vogliamo far politica, dobbiamo essere presenze politiche.
Per questo motivo, da questo momento in poi adotto ufficialmente l'asterisco inclusivo. Questo è l'ultimo post nel quale utilizzerò la declinazione maschile in funzione di neutro inclusivo. Le scelte linguistiche del politicamente corretto sono queste e, pure se mi presento come una persona "politicamente scorretta", non intendo minimamente essere scorrett in questo. L'inclusione è una priorità. Se non sta bene, andate pure a quel paese (ma non il mio sennò vi lincio).
Ah, e un'altra cosa: io parlerò di me spesso evitando ogni declinazione di genere, il che significa che molte volte mi mangerò le direttamente vocali. Perché? Perché per me, in determinati frangenti, lo preferisco.
Non starò qui a dire chi ha reagito come all'idea che io in prima persona stessi lì a piastrellare il bagno o a stendere l'intonaco sulle pareti o ad infilarmi con sicurezza, con un fuoristrada di degno rispetto, in mezzo a stradine larghe come budelli senza, con questo, tirarmi via le facciate delle case. Non è questo il punto e non c'è nemmeno una classifica da stilare in quanto le reazioni sono state varie e trasversali.
Il punto è che questa esperienza in un modo o nell'altro mi ha un po' cambiato. Avere le mani occupate dà al cervello modo di riflettere con calma.
Avere un continuo scambio di vedute con operai, mastri e maestri del mestiere mi ha fatto capire che spesso e volentieri l'unico limite a noi stessi siamo noi stessi in prima persona.
Sentirsi chiedere aiuto senza alcuna remora e decidere di chiedere aiuto senza farne una questione di Stato mi ha insegnato che i pregiudizi degli uni e degli altri non sono poi così difficili da superare.
Osservare la realtà di un mondo agricolo, dove chi lavora lavora a prescindere e si assume i compiti e i ruoli che può - a sua discrezione - ricoprire, mi ha fatto vedere le tanto spinose questioni di genere sotto un altro aspetto.
La mia sola presenza in mezzo a quel panorama a prima vista uniforme ma in realtà incredibilmente variegato nella sostanza, mi ha fatto rivalutare l'impatto che ho e che dovrei avere nel mondo.
Eppure qualcosa ancora non mi quadrava.
Che senso avrebbe avuto questo impatto se avessi mostrato solo una parte di me? Che genere di contributo avrei potuto dare se avessi mentito spudoratamente dicendo che "sì, una donna come me può anche piastrellare/stendere l'intonaco/trasportare materiale edile"?
Io non sono una donna. Ho un corpo femminile, ma questo non fa di me una donna.
È vero che una donna può fare queste cose, non lo metto in dubbio e non intenderò mai farlo, ma perché dovrei prendere ad esempio me che donna non sono? Perché dovrei nascondermi dietro una mezza verità? Solo perché la mia biologia è simile a quella delle donne (non uguale, nessuna è uguale, nessuno è uguale, nessun* è uguale) perché dovrei mettere questa biologia prima ancora di me quasi dovesse rappresentarmi? Così facendo, non darei più valore al corpo, agli ormoni, ai geni, ai genitali con i quali si nasce? Non definirei forse le persone in base a ciò che hanno tra le gambe per decidere cosa possono o non possono fare nella vita?
Sì, lo farei, decisamente.
L'ho fatto, in passato, anche se "per una buona causa"?
Sì.
Ma quale causa ho tradito, facendolo, se non quella di chiunque?
Delle donne cisgender che vengono definite capaci/incapaci a causa della biologia; degli uomini cisgender che vengono definiti capaci/incapaci a causa della biologia; delle donne transgender che vengono definite in base alla biologia; degli uomini transgender che vengono definiti in base alla biologia; delle persone transgender che come me non si riconoscono in un genere singolo, o che si riconoscono in un genere neutro, o in un genere doppio, o che non si riconoscono in alcun genere o che si riconoscono in una delle molteplici sfumature e fanculo alla biologia.
E così, tra i tanti cambiamenti che quest'ultimo periodo ha apportato in me annovero anche questo: smetto di dare il contentino al mio prossimo, smetto di combattere battaglie a metà, ed inizio ad "imporre" la mia presenza per quella che è.
Pure fuori da Facebook e nella "vita vera".
Se dobbiamo combattere gli stereotipi dobbiamo smettere di essere noi stessi degli stereotipi, sennò non se ne esce più.
Se vogliamo il cambiamento dobbiamo noi per primi essere in grado di accettare e promuovere il cambiamento.
Se vogliamo far politica, dobbiamo essere presenze politiche.
Per questo motivo, da questo momento in poi adotto ufficialmente l'asterisco inclusivo. Questo è l'ultimo post nel quale utilizzerò la declinazione maschile in funzione di neutro inclusivo. Le scelte linguistiche del politicamente corretto sono queste e, pure se mi presento come una persona "politicamente scorretta", non intendo minimamente essere scorrett in questo. L'inclusione è una priorità. Se non sta bene, andate pure a quel paese (ma non il mio sennò vi lincio).
Ah, e un'altra cosa: io parlerò di me spesso evitando ogni declinazione di genere, il che significa che molte volte mi mangerò le direttamente vocali. Perché? Perché per me, in determinati frangenti, lo preferisco.
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