sabato 24 giugno 2017

Cultura relativa e nudismo selettivo

Tempo fa accadde un fatto sensazionale: la squadra di beach-volley iraniana femminile giocò in burquini contro un'altra squadra femminile (non chiedetemi la nazionalità, non me la ricordo) la quale giocò in costume da bagno "classico".
Embè?
Almeno, questo fu il mio primo pensiero. Non passo il mio tempo a misurare con il metro da sarta i centimetri di pelle coperta e scoperta della gente al fine di giudicarne il valore morale o il grado di libertà personale, vogliate scusarmi.
A quanto pare, però, io riesco ad essere creatura mitologica anche in questo.
Infatti, attorno a quella notizia - e alla notizia che la televisione iraniana aveva "pixelato" le "nudità" delle altre giocatrici al fine di rendere idonea la visione del programma alla sua popolazione - scoppiò un vero e proprio vespaio.
Come si può essere libere se non si è libere di giocare in costume da bagno?? Come può una società dirsi civile se ti copre da capo a piedi??
Eh, non lo so. In effetti me lo chiedo anche io tutte le volte nelle quali scoppia il caso tutto occidentale - per non dire tutto italiano - sul nudismo e sulle spiagge naturiste. O tutte le volte nelle quali la gente storce il naso davanti reggiseni, boxer e mutande, ma non fa un fiato davanti ai bikini e ai costumi a mutanda. Non sono forse le stesse zone a venire coperte o scoperte? O soffrite di un misterioso caso di intimofobia o di pizzofemminilofobia?

Tant'è, mandai a quel paese i simpatici perdigiorno fintomoralisti ed archiviai il caso.
Fino ad oggi.
O meglio, fino a qualche giorno fa.
Martedì mi capita tra le mani la notizia che in quel di Napoli e in quel di Milano due distinte coppie - capirai, il contrario sarebbe stato fantascienza pura - hanno fatto sesso in luogo decisamente pubblico.
L'escalation di reazioni disgustate non tanto per l'atto in pubblico in sé quanto per "la morale distrutta" e il "decoro allo sfascio" mi ha fatto ripensare al caso di cui sopra.
M'infilo quindi in un paio di discussioni e viene fuori che "civile è chi queste cose le fa a casa sua" (evabbe), "civile è non urtare la sensibilità altrui" (opinabile in quanto la sensibilità è soggettiva) e "civile non significa camminare nudi".
Civile. Civile. Civile.
Ma cosa sarebbe questa civiltà di cui tanto amiamo riempirci la bocca se non un costrutto relativo? Cosa caratterizza un modo di fare "civile" se non l'aderenza a determinate norme comportamentali proprie di una determinata cultura o di una determinata cerchia sociale o di un dato contesto?
Se io, pur rimanendo all'interno della cultura occidentale, vado in chiesa in pantaloncini o con una scollatura esagerata, non vengo forse bollat come "incivile"? E perché? Perché all'interno di quel contesto, la norma stabilisce che io debba essere copert.
Relativismo.
E se noi siamo già relativi a noi stessi creando contesti e cerchie sociali all'interno delle quali le norme cambiano e dunque cambia il concetto di "civiltà", perché allora non considerare "civile" anche il burquini o la pixelatura sui corpi delle giocatrici "straniere" relativamente a quel preciso contesto sociale?
Solo perché sono norme più restrittive rispetto alle "nostre" - *inserire in questo spazio la corretta definizione di "nostre", tenkiù*
Dunque, se ad esempio ci spostassimo in Etiopia e visitassimo - chessò - la tribù dei Surma dove è comune andare in giro totalmente nudi, cosa potremmo dire? Che essendo le loro norme decisamente meno restrittive delle nostre, la loro civiltà è migliore? E se una di queste persone visitasse una delle nostre città e ci vedesse infagottati in strati e strati di tessuto atti a coprire parti dei nostri corpi, cosa penserebbe di noi e del nostro grado di libertà? 
State storcendo il naso, ve lo vedo fare.
Vorreste andare lì e convincerli a coprirsi almeno i genitali, lo so, non mentite. Solo, considerate il perché vi viene in mente di farlo.
E considerate che il governo etiope, al pari di voi, ha avuto la bella pensata di imporre loro degli indumenti al fine di "civilizzarli".
"Coperto" = "civile". Ricordate di averlo almeno pensato.

Ora, mentre fate finta di elaborare questo concetto - il relativismo culturale è un masso di dimensioni epiche, più difficile da mandar giù dell'etnocentrismo o dell'antropocentrismo, quindi bisogna lavorarci - metto sul fuoco il resto di quanto avvenuto in questi giorni:

- mercoledì, mi vedo comparire davanti un articolo di giornale nel quale si racconta la storia di una donna che, a causa di una terapia che le azzera il sistema immunitario (ovvero per seri motivi di salute), non può esporsi al sole ed è dunque andata in spiaggia coperta da capo a piedi. Ora, cosa pensate che sia successo alla poveraccia? Ovviamente, scambiata per una musulmana, è stata vittima di una pioggia di insulti.
Di nuovo, sotto l'articolo, una marea di commenti su quanta pelle si deve esporre per non far pensar male il prossimo, accompagnati dai civilissimi inviti a starsene a casa se non può andare in spiaggia "come una persona normale".

- ieri, venerdì, ecco comparire un articolo nel quale si parla di una ragazza musulmana che, chiedendo al padre se può togliersi il velo, si vede rispondere che "la scelta è solo sua" e che quindi non ha bisogno di chiedere niente a nessun*.
E via di volata all'elogio alla libertà e alla mentalità aperta... finché l'articolo non si sbanda di colpo per finire nella scarpata del "la nostra società ha fatto del nudo una virtù".
Esattamente, quando è successo? Da quando "il nudo è una virtù" se i corpi nudi sono ancora un tabù in questa società? Basta un pene, un capezzolo, un monte di venere, ed ecco che scatta la rappresaglia puritana.

"Nudi sì, ma fino ad un certo punto".
Ed il punto lo stabilisce la cultura di riferimento, con le sue norme e i suoi postilli.
Sempre in maniera relativa. 

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