domenica 9 luglio 2017

Genderizzazioni selvagge for dummies

Già condiviso ieri sulla mia pagina Facebook, lo posto qui preciso per com'è. Pare sia comprensibile. Tanto meglio, oh.
A seguito, le "perle" dei commenti più scemi di sempre trovati sotto l'articolo sul* bimb* canadese.

"Il fatto: in Canada, una creatura umana fortunata ha avuto la benedizione di non vedersi assegnata una stupida letterina "f" o "m" che ne decreti il sesso anagrafico.
La polemica: la stragrande maggioranza della gente si lagna del fatto che il sesso non è un'opinione e che se hai il pene sei maschio mentre se hai la vagina sei femmina. Punto. Ergo, parliamo di sesso biologico.
La mia domanda: ma voi davvero vi guardate nelle mutande prima di dire se siete maschi o femmine? O, in maniera del tutto inspiegabile a parole, lo sapete e basta?
L'identità di genere prescinde dal sesso biologico ed è l'identità di genere (e non i caratteri sessuali) che ci fa dire "sono maschio", "sono femmina", "sono entrambi", "non sono nessuno dei due" - e svariate varianti.

Quando identità di genere e sesso biologico non coincidono, spesso si crea un disagio; disagio che può essere risolto anche solo cambiando quella fatidica letterina.

E sapete quanto è dannatamente difficile farla cambiare? Avete dunque idea della fortuna toccata a quella creatura?

Polemica vol.2: basta dare un'educazione che non forzi ad essere "maschi" o "femmine", quindi non dire come vestirsi, con cosa giocare, come comportarsi etc. Ergo, parliamo di ruolo di genere e di espressione di genere.
La domanda: ma davvero voi pensate che l'identità di genere sia identica al ruolo (norme comportamentali) o all'espressione (abbigliamento, gestualità...) di genere? O che per accordarsi alla propria identità basti comportarsi da... Da cosa, esattamente, se avete appena finito di dire che tali norme andrebbero abolite?
Il carattere, il temperamento, i gusti in fatto di abbigliamento, i giocattoli prediletti, il tono di voce, la gestualità, non sono manifestazione di un'identità di genere. Un uomo può benissimo essere uomo anche con la gonna o con il rossetto, così come una donna può benissimo essere donna con lo smoking e il vaffanculo facile.

Non si ha bisogno di una letterina particolare per esprimere se stessi, dunque che polemica avete fatto?

Polemica vol.3: l'attrazione per un sesso o per un altro va accettata. Ergo, confondiamo l'identità di genere con l'orientamento sessuale.
La domanda: davvero pensate di essere sessualmente attratti da un individuo di un genere "A" 'perché - guardandovi nelle mutande? - appartenete ad un certo genere (A o B)?
L'orientamento sessuale si definisce nell'attrazione che si prova per persone di genere "a/b/varianti" e assume un nome specifico se l'attrazione verso "a" proviene da "a" o da "b"; se "a" o "b" vengono attratti da "a" e "b"; se "a" o "b" vengono attratti da "a" e "b" e "varianti". Se l'attrazione proviene da "varianti" ancora non è chiaro come bisogna etichettare gli orientamenti sessuali.

Il culo di non dover combattere con le etichette! ... almeno finché la fortunata creatura canadese non deciderà se identificarsi in x o y o restare in z.

Buo', spero di aver chiarito e di non aver fatto casino con i termini.

Ai commentatori selvaggi un consiglio: fatevela una cultura prima di far vagheggiare le vostre ditine sui tasti."



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E ora...
(tecnicamente l'articolo originale era in inglese - sai, sono canades* - e da quelle parti "child" è un tantino neutro. Il problema, gioia del mio cuore, è la lingua italiana. O la tua scarsa attitudine logica, non saprei dire)


(1. Geneticamente, anatomicamente, gonadicamente o a maggioranza? No, perché c'è differenza. Così come c'è differenza tra l'essere nat* ai primi di agosto - Leone - o alla fine del mese - Vergine. Ma poi, davvero paragoniamo l'oroscopo all'identità di genere?
2. Ah, le meravigliose certezze di chi non ha mai dovuto fare i conti con quella lettera, con la disforia e con il misgendering* selvaggio... [*misgendering=quando ti declinano in un genere che non ti appartiene. Es. sei uomo e ti chiamano "signora", sei donna e ti appellano "giovanotto", sei me e sono cazzi perché non azzeccheranno mai e poi mai])


(WTF?? Cosa c'entra il mancato insegnamento della biologia umana femminile in tutto ciò? E cosa c'entra l'esplorazione del corpo con la presenza/assenza di una lettera sulla carta di identità? O ci masturbiamo guardando i documenti, adesso?)


(è bello sapere che non ti piacciono le etichette ma la prima cosa che fai è quella di etichettarti come eterosessuale. mancanza di coerenza? no, solo di onestà. ma sulla questione "labels" tornerò. intanto, complimenti per la domanda finale. rispondiamo: già, come facciamo a sapere qual è la sua identità? e allora perché affibbiargliene una?)

Già.
Perché mai?

"T" come Traumatizzati - e dintorni osceni

Transfobia, questa sconosciuta...
Eh, magari fosse. Purtroppo, di transfobia ne ho spalata tanta ma tanta da averci ormai fatto il callo. C'ho talmente il callo che pure se me la lanci addosso a secchiate non mi schiodo di un millimetro. Anzi, con precisione millimetrica, ti centro in pieno grugno con i miei strali lasciandoti - metaforicamente - mort* stecchit*.

Cos'è la transfobia?
La trasfofobia è quell'odiosissimo sentimento di malsopportazione, che spesso sfocia in vero e proprio odio o palese disgusto, che erompe dal petto delle persone al solo sentir parlare o al solo vedere persone transgender.

Transgender --> aggettivo riferito a persona che non si identifica con il sesso assegnatole all'anagrafe.
Il suo contrario è
Cisgender --> aggettivo riferito a persona che si identifica con il sesso assegnatole all'anagrafe.
Non è una parolaccia. Non vi fate venire le coliche se vi sentite appellare cisgender (a patto che lo siate; in caso contrario, capisco le coliche).

Di solito, nella stragrande maggioranza dei casi, quando si parla di persone trans si sottintende
Transessuale --> aggettivo riferito a persona che si identifica con il sesso opposto a quello assegnatole all'anagrafe
dove a "maschio" si contrappone "femmina" (MtF) e va definita al femminile,
e a "femmina" si contrappone "maschio" (FtM) e va definito al maschile.
In realtà il termine "transgender" fa da ombrello e comprende in sé anche "transessuale", e non il contrario.

Il sistema che prevede l'esistenza di persone o maschi o femmine, o uomini o donne, si definisce "binario" - perché sono "due" (bi) e non perché ci stanno i treni.
Il sistema che invece prevede l'esistenza di persone appartenenti a svariati generi (bigender, agender, genderneutral, genderfluid...) si definisce "non binario" - perché non sono due (non-bi) e non perché ci si deraglia sopra.

La società nella quale - ahinoi - viviamo è fortemente binaria; prova ne è che "se non sei uomo sei donna" e viceversa, e se poco poco ti azzardi a dire il contrario ti senti dire che sei confusa/o, malata/o, incoerente o che soffri di personalità multipla o, peggio ancora, che "non accetti la realtà dei fatti".
A volte, persino se ti azzardi a non riconoscerti nel sesso che ti è stato assegnato alla nascita ti definiscono confusa/o e malata/o e ti dicono che "devi accettare la realtà dei fatti".



In pratica, se sei "T" sei "traumatizzat*".
Simpatico, eh?

Paradossalmente però - e mica tanto, visto e considerato il binarismo dentro il quale siamo tutt* un po' infognat* - si fa meno fatica ad accettare - almeno virtualmente - l'idea di una persona che transiziona da un opposto all'altro (FtM/MtF) piuttosto che di una che semplicemente non si identifica in tale binarismo e se ne resta beatamente - o quasi - nell'oceano multiforme di colori che stanno tra l'azzurro e il rosa.

Queste persone - tra le quali io, ad esempio - preferirebbero grandissimamente non avere il posto assegnato al tavolo dei maschi o delle femmine; non avere a che spartire con il bagno dei maschi o delle femmine; non avere solo il rosa o l'azzurro tra i quali poter scegliere; non dovere avere il cazzo di ovetto di pasqua assegnato a seconda di ciò che hai tra le gambe; non doversi ritrovare una M o una F sulla carta d'identità che ci porteremo dietro praticamente a vita, dato che qui in Italia farsi cambiare quella cazzo di letterina, che ti segna in svariati modi l'esistenza, pare un'impresa titanica.
A ben guardare, neanche le persone trans che optano per la transizione vorrebbero avere il problema dei bagni, delle docce, degli spogliatoi, delle file per le votazioni o della dannata lettera sui documenti, proprio perché cambiare quella odiosissima letterina è una cazzo di impresa titanica, e proprio perché a dispetto del sesso assegnato all'anagrafe, queste persone si identificano nel genere opposto.
Una persona FtM è un uomo che si ritrova una "f" sulla carta di identità; non si sentirà a suo agio nel bagno delle donne, non si farà la doccia con le donne, e soffrirà grandemente quando, per votare, dovrà mettersi nella fila delle donne.
Stessa cosa, una persona MtF è una donna che si è beccata una "m" sulla carta di identità; non andrà nel bagno degli uomini, non si farà la doccia con gli uomini e vorrà - giustamente - strozzare chiunque avrà la faccia di bronzo di dirle "ah, ma sei maschio?"

No. Una donna trans è una donna, non "un maschio che fa la donna". E no, un uomo trans è un uomo, non "una femmina che fa il maschiaccio".
E ancora no: una donna trans non "diventa donna" quando "finisce le operazioni" e un uomo trans non "diventa uomo" quando "finisce le operazioni" (pure se i tribunali di questo Stato spesso paiono vederla diversamente). Piuttosto, a dispetto di operazioni e di ormoni, una donna trans è donna, e un uomo trans è uomo.

Questo perché l'identità di genere è l'aspetto fondamentale, mentre i caratteri sessuali, gli ormoni, il corredo cromosomico, sono decisamente secondari.
Purtroppo, la dannata letterina che i tribunali di gran parte di mondo ti obbligano a tenerti finché decidono loro, non si riferisce all'identità di genere ma a ciò che "hai tra le gambe" - con buona pace delle persone intersessuali che, disgraziatamente, visto il modo assolutamente binario di condurre le cose, spesso e volentieri si ritrovano ad essere operat* in tenera età in modo tale da "uniformarl*" e da poter affibbiare loro la lettera di rito.
Detto questo, va da sé - o almeno dovrebbe - che ci sono modi e modi di vivere la propria identità, e che tutti sono degni del medesimo rispetto.
C'è chi opta per la transizione e chi no, chi assume solo ormoni e chi neanche quelli, chi si ferma ai caratteri sessuali secondari (farsi rimuovere il seno o farselo aumentare) e chi ricorre alle operazioni per la ricostruzione dei genitali.

C'è poi chi - immagino non sia capitato solo a me - si ritrova talmente tanto impantanat* nel binarismo che si convince che, non riconoscendosi nel sesso assegnato alla nascita, deve per forza di cose appartenere all'altro genere, e che dunque si ritrova a combattere una violenta battaglia personale nel momento in cui si rende conto di non riconoscersi nemmeno in quello.Questa mia esperienza, però, non deve portarmi - e non mi porta - a sparare giudizi su chi affronta le cose in maniera differente.
Altre persone, purtroppo, si siedono sulle proprie esperienze e da lì calano la scure sul collo altrui.
Spesso e volentieri, queste persone finiscono per essere quelle che confondono l'identità di genere con gli stereotipi di genere, e che ti fanno il discorso "ah, ma che c'entra, pure se non ti piacciono le bambole non significa affatto che tu non sia donna".
E chi l'ha detto mai? Ho mai detto che non mi identifico come donna per questo motivo?
Che poi, cazzate. Io le Barbie le avevo, insieme ai cavalli e alla casa. Così come avevo le macchinine, la scopa giocattolo, il pallone da calcio, la corona da principessa, la sciabola da pirata, i miny pony profumati e i soldatini con gli indiani. Ho fatto judo, basket (non ridete!), danza ed equitazione. Mi sono beccat pallonate assurde in faccia durante le amichevoli - vabbe - di calcio del rione, ho dato il culo a terra nel tentativo - osceno - di provare il pattinaggio artistico e ho fatto venire i vermi alla tizia che, dietro mia accorata richiesta, avrebbe dovuto insegnarmi l'uncinetto.
E no. Non c'entra un cazzo con l'essere genderfluid, così come giocare con le bambole ed indossare le gonne non c'entra un cazzo con l'essere donna, o giocare a calcio e tagliarsi i capelli in stile militare non c'entra un cazzo con l'essere uomo.
Queste sono espressioni di genere. Ed è uno stereotipo volere che ad un'espressione di genere corrisponda una determinata identità.
Ma farlo capire a certe teste di coccio è un'impresa titanica, specie se poi hanno mangiato complotto gender e fusaro stufato a colazione.


Come ho già detto, di transfobia ne ho spalata un mare, e ad oggi ancora ne spalo.


Il fatto che un buontempone stia lì a definire "ibridi" o "viscidi" (per intendere la fluidità di genere, tipo la mia) le persone come me mi tocca fino ad un certo punto. Ovvero, fino al punto in cui mi rendo conto che se io mi sono fatt una corazza di titanio addosso a furia di spalare merda, magari c'è gente che questa corazza non ce l'ha e potrebbe soffrire a leggere certe porcate.
Così mi armo e vado alla carica... e trovo solo più merda del previsto da dover spalare.




E niente.
Si vede che il lavoro da fare è ancora tanto ma tanto ma tanto.
Specie poi se leggo questo genere di confusione nella gente:


N.b. la prossima puntata entriamo nel vivo: il caso che fece scoppiare il caso, ossia il caso del* bambin* canadese senza un'identità di genere, ovvero "pillole gender for dummies".


sabato 8 luglio 2017

L'insulto dell'ombrello

Per l'angolo dei disagi, ecco il caso di Daniela, rea, insieme ad altre sue colleghe, di avere retto un ombrello.
No, avete capito bene: ha retto un ombrello. L'hanno pagata - insieme ad altre ragazze - per reggere un ombrello sopra la testa di un gruppetto di signori in giacca e cravatta.
Ora, a parte che, porcosgorbio immondo, siamo nel 2017 e ci saranno sicuramente metodi migliori per ripararsi la capoccia senza trasformare nessun essere umano in un reggi-ombrello, vogliamo davvero dare addosso a Daniela e alle sue compagne per aver accettato questo impiego?

- e no, è retribuito, e dunque è un impiego, fatevene una ragione e datevi le corna da un'altra parte.
- e no, non chiamiamole "Ombrelline". Non sono oggetti, ma persone. Chiaro?

Qualsiasi persona con un minimo di giudizio e di senso critico direbbe "se sta bene a lei..."...
Purtroppo, critica e giudizio vanno a farsi impiccare impunemente quando in una storia di per sé tanto anacronistica vi sono determinate "aggravanti".
In questo caso le aggravanti sono:
- Daniela e le sue colleghe sono donne;
- i relatori erano uomini;
- Daniela e le sue colleghe hanno retto gli ombrelli per degli uomini.

Oltraggio!! Scandalo!! Serve del patriarcato!!
. . .
Seriamente?
Il vostro problema NON È che una PERSONA sia stata piantata lì a reggere un ombrello, ma che l'abbia fatto per lo "sporco maschio patriarcale"??
Cioè, se a reggere l'ombrello era un uomo andava tutto bene?
O se Daniela avesse retto l'ombrello per una donna non avreste fiatato?
Qual è il problema di certe nazifem, si può sapere?


Ecco.
Non ti senti umiliata ad aver fatto da porta ombrelli per un uomo? E il punto non è reggere l'ombrello... ma per chi l'hai retto! Tu lo reggi per un uomo e miracolosamente tutto ciò che le donne hanno faticosamente conquistato va in malora. Anzi, no: se tu non ti senti umiliata da quell'uomo che ti ha chiesto se volevi reggere l'ombrello per lui, di sicuro solo perché sei donna (con buona pace dei portaborse, che pure loro...) l'intero mondo femminile imploderà tornando ai tempi di Fred e Wilma.
E no, non sto scherzando.
Il sentirsi umiliate da una qualunque richiesta - per quanto discutibile, come ad esempio fare da reggi-ombrello - fatta da un uomo è la chiave del successo del nazifemminismo di oggi.
Se non ci si sente continuamente vittime di discriminazione reiterata - e so di cosa parlo, c'ero invischiat anche io fino a poco tempo fa, in questo meccanismo perverso - se non si interpreta tutto ciò che proviene dal "nemico" come una provocazione, non si può avere quel clima di odio dal quale nasce il sentimento di vendetta.
Non di rivalsa ma di vendetta.
In fin dei conti - e lo sappiamo bene - discriminare una donna è orribile.
Discriminare un uomo invece è: fattibile, sacrosanto, giusto, condivisibile, ma quale discriminazione?, ma chissenefrega?, ma che hanno da lamentarsi?, giusto, così imparano!, vendichiamoci!, maledetti oppressori!, andassero a fanculo!

Evviva la parità <.<



domenica 2 luglio 2017

La funzione d'onda dell'italiano xenofobo

Ius Soli.
Due parole, un diritto, un mare di polemica.
Ciò che mi disturba profondissimamente in questa polemica sullo Ius Soli è la pretesa che altre persone - ovvero coloro che, nascendo e crescendo in questo paese come tutt* noi, vorrebbero potersi definire italian* come noi - facciano ciò che buona parte di noi - italian* per "diritto di sangue" - non siamo in grado di fare. Ovvero: si vuole che sappiano parlare, scrivere e comprendere l'italiano. E di fatti non capita mai di leggere strafalcioni madornali nei post de* italian* "per sangue", ve'?




Si vuole che si conformino al nostro modello sociale condividendo appieno la nostra cultura. E di fatti in italia condividiamo tutt* gli stessi valori e non capita mai di sputarci in faccia a vicenda.



Si pretende che rispettino la legge. E infatti ladri, assassini e stupratori italiani non se ne beccano mai. Persino, tutti gli italiani sono modelli di virtù e pagano le tasse fino all'ultimo centesimo!


Si osa dire che devono rispettare la Costituzione. E infatti gruppi neofascisti come fn o casapound non vanno contro la Costituzione la quale vieta espressamente la rifondazione del partito fascista sotto qualunque forma.



Si chiede loro di rispettare la religione cristiana, quasi fosse religione di stato. E difatti nessun* italian* che si rispetti sputa su cristi e madonne da mane a sera o è minimamente blasfemo.




Noi italian* siamo veramente uno spasso quando facciamo sti discorsi ad minchiem mettendoci sul piedistallo quasi fossimo modello di virtù, mentre, a rigor di quella stessa logica che vuole loro come non idonei ad essere definiti italian*, dovremmo essere * prim* a far fagotto. 
Sarebbe bello. Davvero molto bello agguantare a piene mani * diciottenni d'italia e sottoporl* tutt* allo stesso test dove se sbagli ti ritrovi sbolognat* al confine senza se e senza ma.
Al primo cenno di integralismo religioso - quale che sia - al primo "ah ma la donna deve stare a casa" al primo "ah sti fro** di m***da" un calcio in culo e via verso il tramonto. Un singolo grugnito contro una qualunque cultura e via su uno scoglio in mezzo al mare.




Un accenno di saluto romano e ti ritrovi in orbita verso Plutone.
Per non parlare poi dei test di lingua e cultura italiana! Con tutti gli "o visto", "glie lo detto", "se saprei" "ai havuto" e "accellerare" che ci sono in giro faremmo fuori buona parte della popolazione italica; e con i "volevo nascere nel '40 così vedevo la guerra" o "le coste atlantiche della Puglia" e tutte le risposte a cazzo alle domande "chi fu primo re d'Italia" o "in quali decenni fu duce mussolini" faremmo fuori il resto della popolazione superstite.
Poi via ladr*, fascist*, stuprator*, mafios*, evasor*, spacciator*, pappon*, drogat*, alcolizzat*, pedofil* e parcheggiator* abusiv*. Per buona pace spazziamo fuori anche le persone che si vestono in maniera indecorosa (troppo scollat* o troppo copert* non è dato sapere) e vediamo chi resta per essere italian*.
Che bello, eh? Se valesse per tutti... Peccato che no, vale solo per "loro". E vale solo per "loro" perché in realtà sono solo scuse, pretesti per mascherare una verità più grande e decisamente scomoda. Perché passa il tempo, passano le storie, ma l'olezzo delle più grosse stronzate resta a lungo nell'aria. Il sangue giusto, la razza giusta... Dice niente?
Ah, no?
Ben. Ci vediamo al prossimo gennaio, allora, sa che magari...

P.s. ieri c'è stato il Pride a Palermo.
Oggi casapound ha organizzato una manifestazione in difesa della purezza della razza italica, contro il diritto fondamentale di ogni essere umano ad avere un luogo da poter chiamare a tutti gli effetti "casa".
C'erano due cani.
E li hanno pure perculati.

Grazie Palermo ❤❤   

sabato 24 giugno 2017

Cultura relativa e nudismo selettivo

Tempo fa accadde un fatto sensazionale: la squadra di beach-volley iraniana femminile giocò in burquini contro un'altra squadra femminile (non chiedetemi la nazionalità, non me la ricordo) la quale giocò in costume da bagno "classico".
Embè?
Almeno, questo fu il mio primo pensiero. Non passo il mio tempo a misurare con il metro da sarta i centimetri di pelle coperta e scoperta della gente al fine di giudicarne il valore morale o il grado di libertà personale, vogliate scusarmi.
A quanto pare, però, io riesco ad essere creatura mitologica anche in questo.
Infatti, attorno a quella notizia - e alla notizia che la televisione iraniana aveva "pixelato" le "nudità" delle altre giocatrici al fine di rendere idonea la visione del programma alla sua popolazione - scoppiò un vero e proprio vespaio.
Come si può essere libere se non si è libere di giocare in costume da bagno?? Come può una società dirsi civile se ti copre da capo a piedi??
Eh, non lo so. In effetti me lo chiedo anche io tutte le volte nelle quali scoppia il caso tutto occidentale - per non dire tutto italiano - sul nudismo e sulle spiagge naturiste. O tutte le volte nelle quali la gente storce il naso davanti reggiseni, boxer e mutande, ma non fa un fiato davanti ai bikini e ai costumi a mutanda. Non sono forse le stesse zone a venire coperte o scoperte? O soffrite di un misterioso caso di intimofobia o di pizzofemminilofobia?

Tant'è, mandai a quel paese i simpatici perdigiorno fintomoralisti ed archiviai il caso.
Fino ad oggi.
O meglio, fino a qualche giorno fa.
Martedì mi capita tra le mani la notizia che in quel di Napoli e in quel di Milano due distinte coppie - capirai, il contrario sarebbe stato fantascienza pura - hanno fatto sesso in luogo decisamente pubblico.
L'escalation di reazioni disgustate non tanto per l'atto in pubblico in sé quanto per "la morale distrutta" e il "decoro allo sfascio" mi ha fatto ripensare al caso di cui sopra.
M'infilo quindi in un paio di discussioni e viene fuori che "civile è chi queste cose le fa a casa sua" (evabbe), "civile è non urtare la sensibilità altrui" (opinabile in quanto la sensibilità è soggettiva) e "civile non significa camminare nudi".
Civile. Civile. Civile.
Ma cosa sarebbe questa civiltà di cui tanto amiamo riempirci la bocca se non un costrutto relativo? Cosa caratterizza un modo di fare "civile" se non l'aderenza a determinate norme comportamentali proprie di una determinata cultura o di una determinata cerchia sociale o di un dato contesto?
Se io, pur rimanendo all'interno della cultura occidentale, vado in chiesa in pantaloncini o con una scollatura esagerata, non vengo forse bollat come "incivile"? E perché? Perché all'interno di quel contesto, la norma stabilisce che io debba essere copert.
Relativismo.
E se noi siamo già relativi a noi stessi creando contesti e cerchie sociali all'interno delle quali le norme cambiano e dunque cambia il concetto di "civiltà", perché allora non considerare "civile" anche il burquini o la pixelatura sui corpi delle giocatrici "straniere" relativamente a quel preciso contesto sociale?
Solo perché sono norme più restrittive rispetto alle "nostre" - *inserire in questo spazio la corretta definizione di "nostre", tenkiù*
Dunque, se ad esempio ci spostassimo in Etiopia e visitassimo - chessò - la tribù dei Surma dove è comune andare in giro totalmente nudi, cosa potremmo dire? Che essendo le loro norme decisamente meno restrittive delle nostre, la loro civiltà è migliore? E se una di queste persone visitasse una delle nostre città e ci vedesse infagottati in strati e strati di tessuto atti a coprire parti dei nostri corpi, cosa penserebbe di noi e del nostro grado di libertà? 
State storcendo il naso, ve lo vedo fare.
Vorreste andare lì e convincerli a coprirsi almeno i genitali, lo so, non mentite. Solo, considerate il perché vi viene in mente di farlo.
E considerate che il governo etiope, al pari di voi, ha avuto la bella pensata di imporre loro degli indumenti al fine di "civilizzarli".
"Coperto" = "civile". Ricordate di averlo almeno pensato.

Ora, mentre fate finta di elaborare questo concetto - il relativismo culturale è un masso di dimensioni epiche, più difficile da mandar giù dell'etnocentrismo o dell'antropocentrismo, quindi bisogna lavorarci - metto sul fuoco il resto di quanto avvenuto in questi giorni:

- mercoledì, mi vedo comparire davanti un articolo di giornale nel quale si racconta la storia di una donna che, a causa di una terapia che le azzera il sistema immunitario (ovvero per seri motivi di salute), non può esporsi al sole ed è dunque andata in spiaggia coperta da capo a piedi. Ora, cosa pensate che sia successo alla poveraccia? Ovviamente, scambiata per una musulmana, è stata vittima di una pioggia di insulti.
Di nuovo, sotto l'articolo, una marea di commenti su quanta pelle si deve esporre per non far pensar male il prossimo, accompagnati dai civilissimi inviti a starsene a casa se non può andare in spiaggia "come una persona normale".

- ieri, venerdì, ecco comparire un articolo nel quale si parla di una ragazza musulmana che, chiedendo al padre se può togliersi il velo, si vede rispondere che "la scelta è solo sua" e che quindi non ha bisogno di chiedere niente a nessun*.
E via di volata all'elogio alla libertà e alla mentalità aperta... finché l'articolo non si sbanda di colpo per finire nella scarpata del "la nostra società ha fatto del nudo una virtù".
Esattamente, quando è successo? Da quando "il nudo è una virtù" se i corpi nudi sono ancora un tabù in questa società? Basta un pene, un capezzolo, un monte di venere, ed ecco che scatta la rappresaglia puritana.

"Nudi sì, ma fino ad un certo punto".
Ed il punto lo stabilisce la cultura di riferimento, con le sue norme e i suoi postilli.
Sempre in maniera relativa. 

domenica 7 maggio 2017

Facendo il punto, metto la virgola e vado avanti

In questo ultimo anno ho avuto modo di fare un sacco di cose nuove: odiare grandemente la (in)civiltà umana, stabilire un nuovo record di isolamento sociale, rimescolare le carte del mazzo che la vita mi aveva messo in mano, trovare casa nel cuore di un paesino, arrabattarmi per ristrutturarla dando fondo alle mie (non enormi ma efficaci) conoscenze in materia di edilizia, apprezzare la facilità con cui in un paesello ci si conosce rapidamente tutti, ridacchiare tra me al pensiero di aver portato una seppur minima ondata di diversità in un posticino vagamente ed idealmente isolato.
Non starò qui a dire chi ha reagito come all'idea che io in prima persona stessi lì a piastrellare il bagno o a stendere l'intonaco sulle pareti o ad infilarmi con sicurezza, con un fuoristrada di degno rispetto, in mezzo a stradine larghe come budelli senza, con questo, tirarmi via le facciate delle case. Non è questo il punto e non c'è nemmeno una classifica da stilare in quanto le reazioni sono state varie e trasversali.
Il punto è che questa esperienza in un modo o nell'altro mi ha un po' cambiato. Avere le mani occupate dà al cervello modo di riflettere con calma.
Avere un continuo scambio di vedute con operai, mastri e maestri del mestiere mi ha fatto capire che spesso e volentieri l'unico limite a noi stessi siamo noi stessi in prima persona.
Sentirsi chiedere aiuto senza alcuna remora e decidere di chiedere aiuto senza farne una questione di Stato mi ha insegnato che i pregiudizi degli uni e degli altri non sono poi così difficili da superare.
Osservare la realtà di un mondo agricolo, dove chi lavora lavora a prescindere e si assume i compiti e i ruoli che può - a sua discrezione - ricoprire, mi ha fatto vedere le tanto spinose questioni di genere sotto un altro aspetto.
La mia sola presenza in mezzo a quel panorama a prima vista uniforme ma in realtà incredibilmente variegato nella sostanza, mi ha fatto rivalutare l'impatto che ho e che dovrei avere nel mondo.

Eppure qualcosa ancora non mi quadrava.
Che senso avrebbe avuto questo impatto se avessi mostrato solo una parte di me? Che genere di contributo avrei potuto dare se avessi mentito spudoratamente dicendo che "sì, una donna come me può anche piastrellare/stendere l'intonaco/trasportare materiale edile"?
Io non sono una donna. Ho un corpo femminile, ma questo non fa di me una donna.
È vero che una donna può fare queste cose, non lo metto in dubbio e non intenderò mai farlo, ma perché dovrei prendere ad esempio me che donna non sono? Perché dovrei nascondermi dietro una mezza verità? Solo perché la mia biologia è simile a quella delle donne (non uguale, nessuna è uguale, nessuno è uguale, nessun* è uguale) perché dovrei mettere questa biologia prima ancora di me quasi dovesse rappresentarmi? Così facendo, non darei più valore al corpo, agli ormoni, ai geni, ai genitali con i quali si nasce? Non definirei forse le persone in base a ciò che hanno tra le gambe per decidere cosa possono o non possono fare nella vita?
Sì, lo farei, decisamente.
L'ho fatto, in passato, anche se "per una buona causa"?
Sì.
Ma quale causa ho tradito, facendolo, se non quella di chiunque?
Delle donne cisgender che vengono definite capaci/incapaci a causa della biologia; degli uomini cisgender che vengono definiti capaci/incapaci a causa della biologia; delle donne transgender che vengono definite in base alla biologia; degli uomini transgender che vengono definiti in base alla biologia; delle persone transgender che come me non si riconoscono in un genere singolo, o che si riconoscono in un genere neutro, o in un genere doppio, o che non si riconoscono in alcun genere o che si riconoscono in una delle molteplici sfumature e fanculo alla biologia.
E così, tra i tanti cambiamenti che quest'ultimo periodo ha apportato in me annovero anche questo: smetto di dare il contentino al mio prossimo, smetto di combattere battaglie a metà, ed inizio ad "imporre" la mia presenza per quella che è.
Pure fuori da Facebook e nella "vita vera".

Se dobbiamo combattere gli stereotipi dobbiamo smettere di essere noi stessi degli stereotipi, sennò non se ne esce più.
Se vogliamo il cambiamento dobbiamo noi per primi essere in grado di accettare e promuovere il cambiamento.
Se vogliamo far politica, dobbiamo essere presenze politiche.

Per questo motivo, da questo momento in poi adotto ufficialmente l'asterisco inclusivo. Questo è l'ultimo post nel quale utilizzerò la declinazione maschile in funzione di neutro inclusivo. Le scelte linguistiche del politicamente corretto sono queste e, pure se mi presento come una persona "politicamente scorretta", non intendo minimamente essere scorrett in questo. L'inclusione è una priorità. Se non sta bene, andate pure a quel paese (ma non il mio sennò vi lincio).

Ah, e un'altra cosa: io parlerò di me spesso evitando ogni declinazione di genere, il che significa che molte volte mi mangerò le direttamente vocali. Perché? Perché per me, in determinati frangenti, lo preferisco.

sabato 26 novembre 2016

Sessismo today

Parlare di "sessismo" oggi è facile come bere un bicchiere d'acqua. Se ne sente parlare ovunque, in ogni forma, maniera e dimensione. Pensiamo agli abusi sulle donne, al fatto che le donne ricevono stipendi più bassi rispetto a quelli degli uomini, al fatto che le donne hanno maggiori difficoltà nel fare carriera, ai falsi miti che vogliono le donne il sesso debole... No, aspetta, temo di aver fatto confusione. Ho detto "sessismo", non è così? Allora perché poi ho elencato solo i problemi delle donne?
Già, appunto.
Che le donne abbiano un bel po' di problemi in questa nostra società è indubbio, ma chi mai si è fermato a pensare che forse il "sessismo" riguarda anche gli uomini? Onestamente, io non ci avevo mai riflettuto seriamente, almeno fino a qualche giorno fa quando è venuta fuori la notizia che Trump sarebbe stato il nuovo presidente degli USA (e su questo glisso abbondantemente, per ora, perché sto ancora cercando di riprendermi dallo shock.) Cosa c'entra con il sessismo? Beh, c'entra perché a seguito di questa notizia apocalittica la piattaforma social di Facebook è stata inondata di battute satiriche tra le quali ce n'erano alcune rivolte alla signora Trump, Melania.
Ora, finché prendiamo per il culo il parrucchino di lui, il suo caratteraccio, i suoi modi "lievemente" nazisti, lo insultiamo, gli facciamo le vignette e lo compariamo al diavolo personificato tutto bene, nessuno fiata; ma se poco poco osiamo - come io ho fatto - dire qualcosa su di lei, ecco che lo stagno ribolle e i ranocchi si armano di spranghe e di forconi urlando al sessismo. E io mi chiedo d'istinto: "Fatemi capire bene: lui può tranquillamente essere definito carogna e cretino, ma se dico cretina a lei sono sessista?"
E mi rispondo: sì. Sì, perché in una maniera contorta di pensare, lui non ha bisogno di essere difeso o protetto mentre lei sì. Ma questo non significa forse che ritengo lei più debole di lui? E se ritengo lei più debole perché donna, non sto forse facendo sessismo?
Tutto questo mi ha riportato alla mente un paio di polemiche che si erano sollevate qualche tempo fa: la prima aveva a che fare con i pannolini, la seconda con un film. 
La storia dei pannolini è semplice: la tizia ha due marmocchi che sgambettano allegri sul pavimento - un maschietto e una femminuccia - e la sua voce fuoricampo spiega in sostanza che lui e lei sono diversi perché lui sarebbe stato un avventuriero e sarebbe corso dietro alle femmine mentre lei sarebbe stata sentimentale e fragile e avrebbe cercato riparo tra le braccia di lui. Per questo, avevano bisogno di pannolini "per lui" e "per lei". Mica per la direzione del piscio, capite? Ma perché lei sarebbe stata così e lui cosà. La puzza di sessismo e di eteronormativa, ve lo garantisco, era più opprimente delle feci stesse delle creaturine neanche avessero fatto scorpacciata di broccoli e carne di topo. Nel duemilasedici (o quindici, all'epoca) con tutte le battaglie per la parità che abbiamo fatto e stra-fatto dobbiamo ancora subire queste stronzate? Lei condannata ad essere oca giuliva e svenevole mentre lui... Beh, lui è altrettanto condannato a comportarsi in un certo modo per poter essere riconosciuto nel suo ruolo di "maschio", no? Insomma, non deve piangere, non deve commuoversi, deve fare il farfallone, e deve soprattutto andare a donne - a DONNE - come non ci fosse un domani, sennò apriti cielo. Ah, e deve evitare il rosa. Eteronormativa, insomma: se sei maschio devi essere in un modo prestabilito, se sei femmina devi essere in un altro modo prestabilito. Eteronormativa e sessismo. L'indegnità fatta pubblicità.
Insomma, il disgusto a mille un po' da parte di tutti, ed è partita una campagna su Change - alla quale ho partecipato - e la pubblicità è stata rapidamente fatta fuori. Problema - più o meno - risolto se vogliamo tralasciare gli strascichi di polemiche che sono seguiti. Certo, mi si rivoltano le palle pure quando mandano pubblicità altrettanto oscene dove lui, con una faccia da rincoglionito cronico, ti brucia una camicia con il ferro da stiro, o dove la voce fuori campo dice "lo capisce persino lui", ma ok. Per quelle non partono le crociate e il perché lo capiremo.
La seconda polemica, quella riguardante il film - per la precisione, il manifesto di un film con gli X-men - è stata decisamente più brutale e già all'epoca mi diede parecchio da pensare. Nel manifesto, il cattivo di turno teneva Mistica per il collo, e ciò scatenò il putiferio: era un atto di violenza e non si può pubblicizzare la violenza sulle donne, soprattutto non in questi ultimi tempi nei quali gli uomini sembrano aver dato completamente di matto. Il manifesto andava tolto. D'altro canto, altre voci si sollevarono e replicarono dicendo: "Fatemi capire: la donna può essere una super-eroina a patto che non si faccia prendere a calci in culo dal super-cattivo? E che deve fare, allora? Andare con la scorta o stare nella super-cucina a preparare il super-pasto?"
Pensandoci, mica avevano tutti i torti. Se sei una super-eroina devi mettere in conto anche questo, no? E se si è pari, il calcio in culo al super-eroe vale quanto quello dato alla super-eroina. 
Perché se il super-cattivo strozza Wolverine va bene ma se strozza Mistica ci fa contorcere le viscere? Perché due uomini che si prendono a legnate non ci fanno lo stesso effetto di un uomo che prende a legnate una donna? O peggio ancora, di una donna che prende a legnate un uomo? Quest'ultima ci fa sorridere, è vero o no? L'idea della moglie che rincorre il marito per tutta la cucina con il mattarello in mano ci fa ridacchiare, mentre se vogliamo la scena al contrario ci fa salire il nervoso e ci fa prudere le mani. Vorremmo linciarlo, l'uomo che rincorre la donna con un mattarello, ma alla donna che rincorre l'uomo con il mattarello quasi quasi facciamo gli applausi. Già. Peccato che il mattarello in testa non faccia bene né alla donna né all'uomo e che, tanto lei quanto lui, dopo una batosta simile finirebbero in prognosi riservata all'ospedale. O forse ci aspettiamo che la donna non sappia come fare per spedirlo al pronto soccorso? E perché pensiamo che non possa fargli male? Ma è ovvio: perché è una donna. "Picchiare come una donna", "colpire come una donna", "dare un pugno come una donna", "essere una donnicciola" sono tutti sinonimi di debolezza. Ed è o non è sessismo? 
In pratica, applaudire la donna che esercita violenza su un uomo è sessismo nei confronti di lei. Paradossale ma logicamente corretto.
D'altro canto, essere uomini non significa forse beccarsi la batosta e rimanere comunque in piedi? Sei uomo? Devi essere forte. Non ti è permesso piangere, rincantucciarti in un angolo, chiedere aiuto o addirittura farti proteggere. Che fine farebbe il tuo orgoglio di maschio? Soprattutto, poi, se è la "femmina" a suonartele. Tzè! Messo a terra da una femmina. E giù un coro di risate, no? E non è sessismo questo? Lo è eccome.
Magari se vedessimo la cosa nei termini di "violenza su una persona" eviteremmo di cadere nella trappola del sessismo, non trovate?
Peccato però che ultimamente si fa un gran parlare di violenza su un genere specifico come se questo potesse risollevare le sorti di quello stesso genere. Dobbiamo essere più chiari? "Femminicidio". Detesto questa parola idiota con tutta l'anima. Non è una "femmina" che hai ammazzato, ma una persona. Persona, chiaro? PER-SO-NA. Chi cazzo ha mai parlato di "maschicidio" si può sapere? "Ah" mi sento rispondere "è perché la parola 'omicidio'..." Eh no, caro mio, non è così che funziona. "Omicidio" non significa che hai ammazzato un uomo-maschio ma un uomo-essere umano. È l'italiano, che cazzo volete? Ah, già, cambiare tutte le parole perché "ministro" non può andare bene per una donna - devi per forza mostrare il genere di appartenenza alla faccia della parità - e quindi devi coniare "ministra". E l'idraulico donna, allora? La chiamiamo idraulica? E l'elettricista allora è donna, no? Il maschio lo chiamiamo "elettricisto" già che ci siamo. E poi cosa? La lepra e il lepro? Il farfallo e la farfalla? La gna e lo gno? (Gnu mica si capisce se è maschio o femmina.) Ma dateci un taglio con questo scempio e pensate a cose più serie. Non è la parola "ministra" che farà la differenza, né tantomeno "femminicidio". Piuttosto, queste idiozie acuiscono le distanze in un'epoca nella quale queste distanze dovrebbero non esserci neanche più.
Che poi, diciamocelo: se uccidere una donna è più grave che uccidere un uomo è o non è perché riteniamo la donna incapace di difendersi dalle aggressioni? E se la riteniamo meno capace, più bisognosa di attenzioni e di protezione, è o non è perché la vediamo come il "sesso debole"? Ed è sessismo nella sua forma più pura. 
In pratica, parlare di "femminicidio" significa essere sessisti. E anche parecchio stronzi.
Stronzi perché uccidere una persona è grave a prescindere da ciò che ha o non ha tra le gambe; e, a prescindere da ciò che si ha o non si ha tra le gambe, possiamo tutti essere deboli o forti o capaci di difenderci o totalmente inermi. O volete dirmi che il maschio è forte e sa difendersi mentre la femmina no? Avete il coraggio di farlo con la bandierina della "parità dei diritti" in mano? Accura perché andrà in autocombustione immediata.
Ma noi ci facciamo il bagno in questi luoghi comuni, no? O non è vero che le donne ci sguazzano quando possono mollare i pacchi della spesa al compagno che, essendo maschio, è più forte? O non è vero che se la godono un mondo quando a cambiare la ruota dell'auto è lui? O quando si fanno aprire la porta o gli fanno pagare il conto? E poi tutte lì ad urlare al sessismo e a pretendere parità. Ma che cazzo urlate a fare se poi vi beate delle garanzie extra come foste dei fottuti panda?
E gli uomini, allora? Non è forse vero che darebbero il braccio destro pur di non chiedere aiuto all'idraulico o all'elettricista (elettricisto, pardon)? Non è forse vero che non ammetterebbero mai di non sapere come si fa a cambiare una ruota e che preferirebbero distruggere a martellate il decoder pur di non dire che non hanno la minima idea di come fare per sintonizzarlo? E poi si lagnano che vengono "sfruttati" dalle donne e ciarlano di parità. E pure voi, che cazzo urlate a fare se poi vi pavoneggiate come un branco di babbei? Se vi sentite offesi quando la donna decide di pagare il conto e vi sentite umiliati se lei vi difende in una rissa?
Diamoci un taglio con queste cretinate o la parità ce la scordiamo.
E a proposito di questo, mi ricollego all'inizio del post tornando alla polemica sulla battuta fatta a Melania.
Cos'è, jo, lei è femmina e quindi è intoccabile mentre lui è maschio e posso pure seppellirlo sotto una massa di insulti? Lui cretino, lei cretina. Persone. Ho detto "cretina" ad una persona.

Sessismo: tendenza a valutare la capacità o l'attività delle persone in base al sesso, ovvero attuare una discriminazione sessuale.
E vale per tutti.
TUTTI.

Cazzo.