giovedì 30 giugno 2016

Di chi è veramente la colpa? Ades Inc. vs TdG

Questo pezzo è uscito la prima volta nel 2010 in risposta ad un articolo pubblicato in “La Torre di Guardia”, noto giornaletto distribuito in giro dai TdG, che venne in mio possesso perché questi, sprezzanti come solo loro sanno essere, ebbero la faccia tosta di ficcarmelo in mano nonostante avessi detto loro con esattezza cosa potevano farci.
Siccome uno di questi stava - purtroppo per lui - facendo dei lavori di muratura in casa mia, ebbi la possibilità di scrivere questa mia risposta, stamparla e consegnargliela. O quantomeno, di riadattare un paio di post già scritti in precedenza e pubblicati su altri blog ormai deceduti - risalenti al 2006 e al 2008 circa - inserirvi la parte ebraica e quella sulle religioni comparate - sì, la logica deduzione viene prima delle altre cose, non so che altro dire ma la mia mente funziona così - dunque sistemarlo sulla falsariga di quel penoso articolo geoviano - ehi, dovevo scimmiottarli un almeno un po’ – et voilà, il gioco fu fatto.
Ovviamente il tipo se l’è filato a malapena, avrò ottenuto al massimo un grugnito, ma almeno ha smesso di cercare di convincermi delle loro teorie. Chissà, magari quella fu la volta buona che capì che con me non c’era trippa per gatti.
Altro appunto: dell’originale ho modificato solo un paio di cose, giusto per renderlo più in linea con la mia attuale visione, e là dove prima era “Dio” ora è “il Dio biblico”, mentre ho aggiunto un paio di appunti – buttati lì, eh – sulla possibilità che si stia parlando di due differenti divinità quando si chiacchiera di antico e nuovo testamento. Giusto per dire.
Perché questa premessa? Per avvisarvi, ovvio.
Perché, proprio per il fatto che questo articolo fu scritto a loro beneficio, è stracarico di citazioni bibliche  le amano tanto, dopotutto – e di termini religiosi scritti con l’iniziale maiuscola – che ho lasciato inalterati perché... perché no? Ogni tanto si può anche fare!
In fin dei conti, io credo, se devi combattere, tanto vale parlare la stessa lingua del tuo “nemico” e imbracciare le sue stesse armi, no? Altrimenti è troppo facile e a me le cose facili non sono mai piaciute.
Non che ad oggi farei più una cosa di tale portata solo per rispondere ad un gruppo di fanatici – ci ho perso le speranze con certi svalvolati – ma vale la pena ricordare i bei momenti del passato.

[ :: ATTENZIONE: MATERIALE RELIGIOSO!! :: ]
[ :: ATTENZIONE: MATERIALE NON ADATTO AI DEBOLI DI MENTE!! :: ]

Ades Inc. presenta:

Di chi è
veramente
la colpa?


Sicuramente noi tutti siamo stati bambini e, come ogni bambino che si rispetti, abbiamo fatto le nostre brave marachelle. Scoperta la marachella dai genitori adirati, in preda al panico moltissimi bambini scaricano la colpa sul fratellino, sulla sorellina o, in mancanza di questi, sul cane. Se poi in casa non c’è neppure un animale domestico, si passa ad accusare il fantasma burlone che infesta l’abitazione.
Crescendo, tante cose cambiano, ma una resta uguale: dare la colpa a qualcun altro per le proprie mancanze.
Quante volte abbiamo sentito dire: “È colpa della maestra se non sto attento in classe”, “È colpa dei miei compagni se sono discolo a scuola”, “È colpa dei miei amici se mi drogo”, “È colpa della televisione se sono uno stupratore seriale”, “È colpa del diavolo se al mondo ci sono le guerre, la gente muore di fame e di stenti e siamo pieni di violenza e cattiveria”?

Perché incolpare Satana?
Perché è più facile. Per noi, s’intende. Come i bambini che hanno paura della punizione paterna e quindi accusano il cane di aver rotto il vaso o il fratellino di aver sporcato il pavimento, anche noi cerchiamo un capro espiatorio - niente niente nella tradizione ha gli zoccoli fessi e le corna! - cui attribuire tutte le nostre colpe e i nostri difetti. Semplicemente, scarichiamo la colpa su qualcun altro perché siamo incapaci di prenderci le nostre responsabilità.
Quanto è più facile giustificarsi in maniera puerile piuttosto che dire: Hai ragione, ho sbagliato? Quanto è più facile dire che non è stata colpa nostra piuttosto che chiedere scusa? Quanto è più facile asserire che si ha “solo obbedito agli ordini” piuttosto che ammettere che una scelta, in fin dei conti, labbiamo sempre? Parliamo tanto di libero arbitrio” e poi, alla faccia di tale libertà, pretendiamo di far credere di essere manipolati o costretti a fare qualcosa di cattivo?
Suvvia, signori miei. Ogni giorno, se ci pensiamo bene, ci troviamo a fare i conti con delle scelte: fare la cosa giusta o quella sbagliata? Fare danni al nostro prossimo o no? Sottomettere la ragione allira del momento o cercare di mantenersi ragionevoli?
Accampare scuse per le nostre decisioni è stupido: non siamo creature ingenue che non sanno, non vedono e non sentono. Siamo invece consapevoli di ciò che è bene e ciò che non lo è, e ne siamo consapevoli perché possiamo ragionare sulle conseguenze delle nostre azioni prima di metterle in pratica. Se poi si agisce o si apre bocca senza pensare, beh, si può dire benissimo che si è deciso di agire o di parlare senza prima riflettere. Ed è pur sempre una scelta.
Per fare un esempio, la violenza che tanto amiamo condannare la si potrebbe contenere benissimo semplicemente smettendo di essere violenti e discriminatori con chi ci sta accanto. Che senso ha lamentarsi delle discriminazioni se poi si è i primi a discriminare? Che senso ha condannare la pratica della violenza, come ad esempio la guerra, se poi si è i primi a voler sottomettere il prossimo, anche semplicemente andandogli a rompere le scatole direttamente a casa? Perché la guerra, dovremmo saperlo, nasce dalla volontà di dominare sugli altri imponendo loro i nostri modi, le nostre leggi, la nostra cultura e la nostra fede. E quando questi pensieri si fanno pressanti e queste idee prendono il sopravvento, ecco che si passa dalle parole ai fatti.
Nei casi più estremi poi capita di fare del male al prossimo perché altrimenti, se si decidesse di non farlo, si rischierebbero le penne. Ecco, in questi casi, si usa dire cose come: “Sono stato costretto”. Ma non è anche questa a ben guardare una scelta? Comprensibile, per carità, ma pur sempre una scelta: la mia vita o quella altrui. E siccome l’istinto di sopravvivenza è insito nella natura umana così come in quella animale, in quella delle piante, degli insetti, dei funghi, dei microbi e della vita in generale, è decisamente umano scegliere di sopravvivere anche a costo di accettare di compiere azioni che si ritengono errate.
Ed è proprio questa la chiave: umano. Semplicemente, se siamo così, se abbiamo questi istinti, è più colpa della nostra natura che di una qualche creatura soprannaturale dedita a metterci pulci nelle orecchie e bastoni tra le ruote.
E lo sa anche la Bibbia. Leggere per credere!

A chi dà la colpa il Dio biblico per il male?
Normalmente, chi crede nel diavolo crede anche in Dio. Nello specifico, crede nel Dio descritto in quel libro famoso e vecchiotto chiamato Bibbia che, nella maggior parte delle case, prende polvere e muffa su uno scaffale inaccessibile e pressoché dimenticato.
Per sapere cosa dice il Dio biblico del male, dobbiamo spolverare quel libro e iniziare a sfogliarlo dalla prima pagina. Pagina dopo pagina, con calma, giungiamo al capitolo 6 della Genesi. Lì Dio comincia ad averne abbastanza della cattiveria e della perversità che regna sulla terra e cosa fa? Se la prende con il diavolo? No. Effettivamente dice: “Dopo di ciò Dio disse a Noè: “La fine di ogni carne è giunta dinnanzi a me, perché la terra è piena di violenza per opera loro [...]” (Gen 6:13).
A chi si riferisce?
Andiamo indietro di qualche versetto e leggiamo Genesi 6:5 “[...] la cattiveria dell’uomo era abbondante sulla terra e che ogni inclinazione dei pensieri del suo cuore era solo cattiva in ogni tempo.”
Andando avanti, invece, leggiamo “[...] l’inclinazione del cuore dell’uomo è cattiva fin dalla sua giovinezza [...]” (Gen 8:21).
Saltiamo qualche libro e approdiamo a Ecclesiaste 7:20 “Poiché non c’è uomo giusto sulla terra che continui a fare il bene e non pecchi.”
Passando al Nuovo Testamento vediamo Matteo 15:19 “[...] dal cuore vengono malvagi ragionamenti, assassinii, adulteri, [...]”.
A conti fatti, parrebbe proprio che Dio non attribuisca l’origine del male al vicino di casa o a qualche forza occulta. Nessun Satana a pagare per le colpe dell’uomo. Strano? Niente affatto. In fin dei conti, cosa sappiamo noi di questo personaggio?

Ma chi è questo Satana?
La tradizione popolare descrive Satana come una sorta di uomo con le corna, la coda e due gambe da capra munite di zoccoli fessi. Alcuni addirittura arrivano persino a descriverlo come un uomo con la testa di capro. Tutti, comunque, sono concordi nel dire che Satana è il nemico di Dio per antonomasia.
Ci si aspetterebbe che Dio stesso dicesse male di Satana o che avvertisse l’uomo di non dare retta alle sue macchinazioni diaboliche.
Stranamente, però, Dio su questo punto tace. Ha avuto tanto da ridire sull’uomo ma su quello che dovrebbe essere suo acerrimo nemico neanche una parola.
Chi è allora Satana?
Innanzitutto, se leggiamo attentamente la Bibbia sana sana (sì, tutta) scopriamo che tale personaggio non ha una descrizione ben definita. Niente corna, coda o pelle rosso fuoco. Se poi ci prendiamo la briga di leggere il Vecchio Testamento nella sua lingua originale - l’ebraico - scopriamo che tale personaggio non ha neanche un nome proprio!
Il termine “satàn” [שטן] in ebraico non ha valore di nome proprio ma di nome comune e significa “oppositore”, “avversario”.
Avversario di cosa? Per avere una risposta, vediamo come e dove viene utilizzato tale termine.
La prima volta che “satàn” compare lo fa in Numeri 22:22 in cui il testo originale ebraico è il seguente:
ויחר־אף אלהים כי־הולך הוא ויתיצב מלאך יחוח בדרך לשטן לו
(Nota: l’ebraico si legge da destra a sinistra e le vocali normalmente non vengono trascritte!)
La traduzione di questo versetto è: “L’ira di Dio si accese perché andava e un inviato (angelo:מלאך) del Signore (יחוח) si pose sulla via per essergli di impedimento (שטן).
La prima volta che il termine “satàn” fa la sua apparizione nella Bibbia è dunque per descrivere un’azione di impedimento, non per presentare un personaggio particolare. Inoltre, l’angelo di Dio è appunto di Dio: un inviato, un collaboratore, un messo, non certo un nemico.
Ma vediamo altri esempi.
In 1 Re 11:14 “satàn” indica i nemici di Salomone (“E il Signore fece levare un avversario contro Salomone [...]”
--> ויקם יחוח שטן לשלמח)
e la stessa cosa accade in 1 Re 11:23 e 11:25.
Nei libri di Samuele “satàn” è sia Davide - in tal modo definito dai suoi antagonisti filistei - sia, in senso collettivo, i rivoltosi che si oppongono al ritorno di Davide stesso (1 Samuele 29:4; 2 Samuele 19:23).
In due passi la parola è poi impiegata nel senso tecnico di “colui che sostiene l’accusa in giudizio” come nei Sami 109:6 (“Dà il mio nemico in balia di un malvagio ed un accusatore stia alla sua destra”)
--> הפקד צליו רשצ ושטן יעמד על־ימינו
e in Zaccaria dove l’accusatore celeste si pone accanto al gran sacerdote Giosuè per denunciarne i peccati: “Mi fece vedere il sommo sacerdote Giosuè, che stava in piedi davanti all’angelo di Geova, e Satana [il Satàn in trad. ebraica poiché presente l’art. det. “ha” ה] stava alla sua destra per contrastarlo.”
--> ויראני את־יהושע הכהן הגדול עמד לפני מלאך יהוה והשטן עמד על־ימינו לשטנו
Ecco quindi che tale termine “perde” il valore di “nome proprio” (che di per sé non ha mai avuto) e anche quello di nome comune attribuito ad un essere soprannaturale in particolare.
In un episodio descritto nella Bibbia, comunque, un’entità parla effettivamente con Dio e tale entità viene chiamata “Satana”. Dove? Nel libro di Giobbe. Lì tale personaggio si presenta a Dio il quale gli chiede “Da dove vieni?”.
Alcuni hanno già obiettato che se Satana “lavorava” per davvero con Dio, egli non avrebbe avuto motivo di fargli quella domanda. Eppure mi viene in mente almeno un altro episodio in cui Dio ha posto un’altra domanda di cui conosceva già la risposta. Quale?
Eccola: “Dov’è Abele, tuo fratello?” (Gen 4:9).
Continuando a leggere il libro di Giobbe vediamo come tale personaggio definito Satana propone a Dio di saggiare la fede di Giobbe mettendolo alla prova. E Dio accetta. Accetta, sì. Strano? Non direi. Non sarebbe neanche la prima volta che Dio decide di “provare” la fede di qualcuno. La storia di Abramo e del sacrificio di suo figlio Isacco dice nulla?
Genesi 22:1-2 “[...] avvenne che il [vero] Dio mise Abraamo alla prova. Per tanto gli disse: “Abraamo!” [...] “Prendi, suvvia, tuo figlio, il tuo figlio unico che ami tanto, Isacco, e fa un viaggio nel paese di Moria e là offrilo in olocausto [...]”
In questo episodio, alla fine Isacco viene risparmiato poiché Abramo, mostrandosi obbediente, ha dimostrato che: “temi Dio, in quanto non hai trattenuto tuo figlio, il tuo unico, da me” (Genesi 22: 12)
Negli episodi dell’Esodo in cui si narra di Mosé e Aronne che devono vincere la resistenza del Faraone così da liberare il popolo ebraico, l’attento lettore avrà certamente notato come Dio stesso, al fine di dimostrare il suo potere, abbia lasciato indurire il cuore del Faraone, mettendo quasi a rischio l’incolumità dei suoi due messi, Mosé e Aronne, nonché dell’intero popolo ebraico. (Vedi Esodo 7:3 “In quanto a me, lascerò divenire ostinato il cuore di Faraone, e certamente moltiplicherò i miei segni e i miei miracoli nel paese d’Egitto.”)

Da dove proviene allora l’idea di un “Signore del male”?
Dipende. Ogni cultura e ogni religione ha il suo personale Dio considerato maligno o ingannatore o comunque decisamente ribelle nei confronti del governo degli altri Dèi. Esempi eclatanti e famosi sono, per dirne due, Loki e Set, rispettivamente appartenenti uno al pantheon norreno e laltro a quello dellantico Egitto. Ma quelle erano religioni politeistiche, quindi cosa c’entra questo discorso? Il cristianesimo è una religione che contempla lesistenza di un solo Dio, giusto? Beh, vediamo.
Innanzitutto, abbiamo già visto che in tutto lAntico Testamento non vè traccia alcuna di questo sensazionale nemico di Dio e, per dirla tutta, la figura di un qualunque signore del male è decisamente assente nella religione ebraica, la quale pure diede i natali non solo al termine Satana ma - così si dice - anche al cristianesimo. A dire il vero, qualche riferimento a creature demoniache più o meno paragonabili allidea del Satana cristiano - ma solo più o meno, in quanto al più vengono definiti come “nemici di Israele” e di sicuro non come “nemici di Dio” - possiamo trovarlo nella tradizione, soprattutto maturata in età medievale; ma dato che siamo già oltre la data di stesura dellAntico Testamento direi che non conta ai fini della nostra indagine.
Invece, per capire come il cristianesimo abbia maturato lidea del “nemico di Dio” - e da dove labbia presa, soprattutto - dobbiamo fare un viaggio indietro nel tempo e nello spazio, avventurandoci nel fantastico mondo delle ideologie antiche.
Cera una volta, tanto tempo fa, in un luogo non tanto lontano, il nucleo del cristianesimo originario, che oggi stenteremmo a riconoscere come tale: un movimento rivoluzionario, zelota, che aveva il solo ed unico scopo di restituire la libertà al popolo ebraico. Perché facevano questo? Beh, perché, stando alle predicazioni dei vari profeti - leggi Isaia, Zaccaria, Ezechiele - il regno messianico (leggi: regno di Israele e non come erroneamente si pensa regno di Dio sulla Terra) si sarebbe potuto compiere solo e soltanto quando il popolo sarebbe stato pronto, ossia quando si sarebbe liberato dalle “false dottrine” e dai “falsi idoli” e dunque, in definitiva, del governo romano che con la sua cultura stava “infettando” il popolo giudaico. E mentre altri si accontentavano di attendere speranzosamente questa fatidica venuta, gli zeloti si davano un gran daffare per accelerarla in ogni modo possibile, fosse pure combattendo attivamente contro i dominatori romani.
In questo avvincente clima di lotta e speranza, si dice fece la sua comparsa quella nebulosa figura storica chiamata Gesù che, facendo in un modo o nellaltro parlare di sé, venne presto inteso come lannunciato messia (si badi a tal proposito che il termine messia [משיח] significa unto, ovvero re, e fu usato anche per definire David, dunque è tutto fuorché un titolo divino. E si noti, sempre a tal proposito, che la nota accusa con la quale si dice venne crocefisso fu appunto quella di essersi proclamato re dIsraele” [Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum]). Non che la sua vicenda finì particolarmente bene, ma lidea di fondo - lavvento di un regno messianico, la riunificazione di un popolo da tempo disperso, una legge divina che si concretizza - era troppo bella per venire sprecata. Soprattutto, troppo bella per venire lasciata in eredità a ununica popolazione che, peraltro, aveva ben poche speranze di riuscire nel suo intento - e che difatti nel 70 finì per farsi parecchio male.
Ed è qui che entra in gioco la figura di Paolo di Tarso. Uomo di mondo, viaggiatore, profondo conoscitore della cultura ellenica, in contatto con il mondo ebraico dellepoca, il nostro caro Paolo trasse spunto da questa idea e, attraverso un’opera di sintesi davvero fenomenale, creò ad arte quella che sarebbe diventata una religione “salvifica”. E lo fece pensando davvero in grande. Infatti, invece che rivolgere le sue attenzioni ad un unico popolo, fece sì che lintero mondo civilizzato dellepoca potesse beneficiare di questa straordinaria idea e potesse salvarsi da... Da cosa?
Gli ebrei avevano nemici umani - altri popoli, altre culture, soprattutto a quel tempo quella romana - e il loro regno messianico sarebbe stato di questo mondo: avrebbe avuto un principio e una fine stabiliti, una successione di re e così via; ma se la nuova dottrina doveva riunire tutti i popoli e avere un regno “eterno” - un regno terreno lavevano già, e comunque lidea di un regno eterno fa più figo ed è sicuramente più vicino allideale orientale che tanto affascinava i latini - non avevano forse bisogno di un nemico che non fosse esattamente terreno? Che non fosse, in definitiva, riconoscibile in una popolazione ma piuttosto in un simbolo? Gli ebrei dovevano combattere contro idoli e culture estranee, il nuovo re (leggi: il messia promesso) avrebbe dovuto guidare gli eserciti di Israele alla vittoria contro i nemici; la nuova religione - che preso in prestito il nome greco per messia si definì cristiana - da cosa si sarebbe dovuta epurare? E il loro re - il loro capo divino, il loro Dio, come poi venne a trasformarsi - avrebbe dovuto guidare gli eserciti contro cosa esattamente?
Di nuovo, per rispondere a questultima necessità, la cultura orientale venne - con tutte le probabilità possibili - in soccorso al buon vecchio Paolo.
L’impero degli Achemenidi, nato intorno al VII secolo a.C. e sconfitto da Alessandro Magno nel 331 a.C., aveva una religione assai particolare: lo zoroastrismo. In questa religione c’era un Dio principale, creatore dell’universo, chiamato Ahura Mazdā. Questo Dio era osteggiato da uno spirito del male, Angra Mainyu - anche conosciuto come Ahriman - e dalla sua schiera di demoni. In questa religione il fedele era invitato a scegliere, grazie al suo libero arbitrio, tra bene e male che lottavano incessantemente tra loro. Alla fine, comunque, il male sarebbe stato annientato per opera di Ahura Mazdā stesso.
Quando limpero ellenico si sgretolò e cadde sotto i colpi dei Romani, questi ne assorbirono l’arte, la letteratura, la cultura, la filosofia e la religione, esattamente come facevano con tutte le altre con le quali venivano in contatto. A Roma infatti c’erano divinità di tutti i tipi, provenienti da ogni Paese, da ogni pantheon allora conosciuto. In questo crogiolo di divinità e fedi, trovò dunque un certo posto anche lo zoroastrismo, come dimostrato dalla presenza di Mitra, antichissima divinità indo-iranica della giustizia, della luce e della verità, associato sin dall’antichità ad Ahura (divenuto Ahura Mazdā con la riforma zoroastriana), poi divenuto anche protettore dei guerrieri, e che i Romani associarono a Sol. Mitra fu dunque celebrato il venticinque dicembre (come Sol Invictus), risultò nato da una vergine in una grotta e, sempre in grotte o comunque luoghi sotterranei, avvenivano i suoi misteri - preclusi alle donne.
Ci ricorda nulla?
Sintesi e riforme di questo tipo non sono neanche nuove al genere umano: basti guardare, ad esempio, lo stesso zoroastrismo ove le divinità indo-iraniche e i daēva (forme iraniche dei deva indiani) vennero tradotte come demoni a seguito della riforma che mutò il politeismo in dualismo.
Qualcuno ora potrebbe obiettare dicendo che Paolo era un pagano convertitosi al cristianesimo eccetera eccetera e che dunque non ha inventato nulla, non ha sviato alcun messaggio...
Sì? Beh, vediamo come veniva visto questo personaggio dai primissimi “cristiani” - il termine è inesatto, ma concedetemelo.

... (I Nazirei) accettano unicamente il Vangelo secondo gli Ebrei e chiamano apostata l’apostolo (Paolo)...” (Teodoreto, Haer. Fabul. Comp. II, I)
... costoro pensavano che fossero da rifiutare tutte le lettere dell’apostolo (Paolo), chiamandolo apostata della legge, e servendosi del solo Vangelo detto secondo gli ebrei, tenevano in poco conto tutti gli altri...” (Eusebio di Cesarea, Hist. Eccl., III, 27)

Suggestivo, non vi sembra? E che dire a questo punto delle famose Lettere che fanno parte del Nuovo Testamento e che, pare, sono quasi tutte riconducibili a Paolo? Lettere nelle quali si parla di questo fenomenale Satana? E degli altri Vangeli, allora?
Oh, beh.
Secondo la datazione più comune, il Vangelo più antico risale probabilmente al 41 (Matteo), mentre i restanti libri portano date che vanno più o meno dal 50 al 98. Tale, ovviamente, se non vogliamo prendere in considerazione l’idea che, poiché il Vangelo secondo Marco sembra fare da “fonte” agli altri due “sinottici” (essi infatti contengono materiale di indubbia provenienza marchiana - bel neologismo), è questo il più antico. E, sempre che non vogliamo considerare l’idea che, poiché tutti e tre contengono una precisa descrizione degli eventi accaduti a Gerusalemme nel 70 (l’assedio e la distruzione della città a opera di Tito, insomma), nessuno di questi può essere logicamente precedente a quella data. Il quarto? Quello di Giovanni? Risulta essere quasi completamente differente dagli altri e, evitando completamente di narrare la nascita e linfanzia di Gesù, si concentra sulle sue predicazioni in un linguaggio che oserei definire aulico e decisamente impregnato di nozioni filosofiche. Cosa ben strana se pensiamo che dovrebbe essere stato redatto da un povero pescatore ignorante.
Vogliamo poi parlare dellassurdità di un personaggio ebreo che offre il proprio - metaforico - sangue ad una tavolata di altrettanti ebrei? Cosa ne abbiamo fatto della proibizione biblica di mangiare sangue? Quale ebreo sano di mente avrebbe accettato serenamente quel gesto? E dei personaggi che nei Vangeli appaiono e scompaiono di colpo? Apostoli di troppo, apostoli scomparsi, donne inginocchiate ai piedi della croce che sono diverse a seconda di quale Vangelo leggi, genealogie che non collimano, date che sono impossibili da conciliare, nascite in luoghi differenti, in città differenti, visitatori diversi, stelle che non ci sono, probabilmente persino città che sono esistite dopo la presunta morte di Gesù...
In pratica, Satana è una costruzione mitologica completamente estranea alla cultura biblica, estrapolato da un contesto che nulla aveva a che spartire con quello ebraico e, in definitiva, assolutamente non un anti-Dio. 
O, quantomeno, non del Dio descritto nel Vecchio Testamento - e, ora che ci penso, decisamente assente nel Nuovo.
Insomma, decidiamoci: il cristianesimo ha o non ha in comune il Dio biblico con gli ebrei? Se la risposta è sì, lasciate in pace Satana.

Se non a causa di Satana, com'è possibile che esista il male?
Teologicamente parlando, intendete? Per rispondere a questa domanda dobbiamo riflettere attentamente su ciò che sappiamo - o dovreste sapere - circa la creazione secondo la Bibbia e la natura stessa di quel Dio.
Diciamo e diamo per assodato che Dio, che è il creatore, ha creato dal nulla l’universo intero. Prima di lui non c’era nulla e solo con la sua volontà è esistito tutto ciò che esiste.
Stando alla Genesi è così che si sono svolti i fatti, no?
Bene.
Ora: poniamo il caso di accostare la figura di Dio a quella di un pittore. Questo nostro pittore ha davanti a sé una tela bianca (il nulla che c’era prima della creazione) e si cava dalla tasca tutti i colori che ha a disposizione (le basi della materia e dello spirito che provengono da lui stesso). Facciamo adesso finta che il giallo rappresenti ciò che è negativo. Se Dio è solo bene e amore, di sicuro non ha il giallo con sé. Adesso, il pittore inizia a dipingere con solo il nero, il bianco, il rosso e il blu. Di che colore è il sole?
Sbagliato! Non può essere giallo perché il giallo non c’è. E l’erba? Il verde viene dal blu più il giallo. È forse verde? No.
Ora, se noi fossimo nati in un mondo privo di giallo riusciremmo mai a immaginarlo? Sì? Beh, provate a immaginare un colore ultravioletto. Vi vengono in mente solo colori che conoscete, no? Questo perché noi possiamo immaginare solo ciò che conosciamo o di cui possiamo fare esperienza. I colori ultravioletti esistono, sì, ma non possiamo vederli quindi per noi è come se non esistessero.
Ora, riuscite a vedere la falla in questo ragionamento? Se diamo per buono che Dio ha creato ogni cosa e diciamo che è solo amore e bene, logicamente la creazione dovrebbe rispondere solo a questi requisiti di amore e bene. Il male, dunque, da dove proviene?
Alcuni, a questo punto, tirano di nuovo in ballo il diavolo. Ma signori miei, se mi dite che tale angelo è caduto a causa dell’invidia e ha scelto il male grazie al suo libero arbitrio significa:
1) che il male già esisteva poiché l’ha scelto e non si può scegliere ciò che non esiste così come una macchina non può percorrere una strada che non c’è;
2) che l’invidia - che non è ritenuto comunemente un buon sentimento - doveva esistere perché questo supposto angelo l’ha potuta provare, e non si può provare un sentimento che non esiste così come non si può immaginare un colore che non si può vedere o sentire un suono inesistente.
In fin dei conti, persino Dio prova gelosia. Dove sta scritto? Beh, leggiamo attentamente Deuteronomio 32:21 “Essi, da parte loro, mi hanno incitato a gelosia [...]”.
Solo ammettendo all’interno della creazione sentimenti potenzialmente negativi si può spiegare logicamente l’origine di ciò che chiamiamo male. Almeno, se si vuole essere coerenti con le proprie credenze e i propri testi sacri. E difatti, come già detto in precedenza, nell’ebraismo lidea di un diavolo o di un signore del male non esiste. Cè, invece, il concetto di yetzer ha-ra, ossia di cattiva inclinazione che, insieme alla yetzer ha-tov (buona inclinazione) è componente innata dellanimo umano.

Ma allora il Dio biblico è buono o malvagio?
Facciamocelo dire da lui stesso: “Io sono Geova e non c’è nessun altro. Eccetto me, non c’è nessun dio. [...] Formando la luce e creando le tenebre, facendo la pace e creando la calamità, io, Geova, faccio tutte queste cose” (Isaia 45:5 e 45:7).
Direi che più chiaro di così non si può: entrambe. O meglio, nessuna delle due. Egli È. Punto.
Stranamente, però, nel passaggio dal Vecchio al Nuovo Testamento c’è una sorta di involuzione divina. Dio, da unico creatore e fonte di ogni cosa, da essere supremo capace di compassione e ira, da chi, se stuzzicato a dovere, è stato capace di annegare il mondo e radere al suolo un paio di città, diviene tanto docile da aver bisogno di una “controfigura” per seminare anche solo una pestilenza. Eppure gli erano venute così bene in passato!
Viene quasi da pensare che stiamo parlando di divinità completamente differenti, no?
In tutto questo, però, stiamo dimenticando di affrontare la questione più importante: la definizione di “male”.

Ma cosa è il male, alla fine, secondo il Dio biblico?
Bella domanda.
Si può dire in generale che “male” è tutto ciò che danneggia il tuo prossimo. Allo scopo di riconoscere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, il Dio d’Isralele diede a Mosè le famose due Tavole della Legge con su incisi gli ancora più famosi - spero - Dieci Comandamenti. In teoria, seguendo queste norme non si dovrebbe commettere il male.
Questo però in teoria, perché pare che ci siano delle eccezioni che rendono alcune di quelle regole - soprattutto una - violabili senza rischio alcuno.
Leggiamo Deuteronomio 5:17 Non devi assassinare. Bellissima regola. Ora andiamo avanti nella lettura... Tenetevi forte!
E Geova tuo Dio certamente te le abbandonerà, e tu le dovrai sconfiggere. Devi votarle immancabilmente alla distruzione. [...]” (Deuteronomio 7:2)
E quel profeta o quel sognatore del sogno dev’essere messo a morte [...] e devi togliere ciò che è male di mezzo a te.” (Deuteronomio 13:5)
ma devi ucciderlo immancabilmente. La tua mano deve venire per prima su di lui per metterlo a morte, e dopo la mano di tutto il popolo.” (Deuteronomio 13:9)
allora devi far uscire alle tue porte quell’uomo o quella donna che ha fatto questa cosa cattiva, sì, l’uomo o la donna, e devi lapidare tale persona con pietre, e tale persona deve morire (Deuteronomio 17:5)
... e via discorrendo per la durata del libro vi sono casi in cui, evidentemente, uccidere è approvato dallo stesso Dio che ha detto “Non devi assassinare”.
In questa maniera l’idea di “male” perde la sua oggettività - ossia una realtà uguale per tutti e immutabile in ogni situazione - divenendo soggettiva - che cambia cioè da persona a persona e da caso a caso - il cui valore negativo dipende dalla - volubile - interpretazione divina.
Per cui, dire per esempio che “Dio non avrebbe potuto volere o accettare il male” è impossibile da dire. Non solo perché se Dio non l’avesse ammesso nella creazione questo non sarebbe potuto esistere (o vogliamo cambiare versione e dire che ci sono due divinità creatrici? Liberi di farlo, per carità, ma sappiate che così facendo sputtanereste definitivamente la vostra religione) ma anche perché, visti gli sbalzi di umore – e di prospettiva - è impossibile afferrare a pieno quando un qualcosa è da ritenersi bene o male secondo lui.

Allora, a questo punto, a cosa mi posso affidare?
Fortunatamente, nella maggior parte dei casi non abbiamo la necessità di scorrere tutte le regole controverse, incoerenti e antidiluviane della Bibbia per sapere cosa possiamo e cosa non possiamo fare. Soprattutto, poi, se consideriamo che i tempi cambiano e che certe norme non sono più da prendere in considerazione. Per amore di cronaca, infatti, tra i vari peccati possiamo ricordare: mangiare carne di maiale, mangiare carne di coniglio, mangiare frutti di mare, mangiare pesci che non abbiano le scaglie, mangiare carne e latte assieme, mangiare frutti di alberi piantati da meno di tre anni, indossare vesti fatte con tessuti misti, lavorare o lasciare che altri lavorino per te durante la festa settimanale, toccare donne che abbiano il ciclo. Tra le cose concesse, invece, annoveriamo: avere schiavi, avere più di una moglie, vendere la verginità della propria figlia, concedere in moglie la figlia alluomo che lha stuprata.
Ora, non so voi, ma io non starei lì a controllare di quale tessuto è fatta la mia maglietta o se il pesce che mangio aveva o meno le scaglie, e neanche venderei mia figlia al mercato o comprerei degli schiavi. Eppure sono norme codificate in un libro di ispirazione divina, dunque sono leggi volute e pensate da Dio, no? Dovremmo forse seguirle?
Ecco. Di fronte ad alcuni dilemmi, di norma scatta quella cosetta per alcuni fastidiosissima che si chiama “coscienza”. Sì, quella vocina interna che picchetta sulla nostra spalla quando stiamo per commettere qualcosa di “sbagliato” come rubare a un povero, uccidere un innocente, muovere guerra per futili motivi, sterminare una popolazione tanto par ingannare il tempo e roba simile. Che sia scritto da qualche parte o meno poco cambia: la nostra coscienza dice “non devi” con tutta la forza di cui è capace.
Ecco, quella vocetta dovremmo proprio ascoltarla.
È stupenda davvero ed è un dono possederla. È nostra e allo stesso tempo di tutti, proviene da chissà dove eppure è presente, ha molto spesso ragione e quando la ignoriamo ci tortura le viscere. Se imparassimo ad ascoltarla, tutti insieme, magari il mondo non sarebbe più un luogo tanto sinistro.
Perché che crediate in Dio o meno, che vediate Satana ovunque o meno, ognuno di voi - di noi - può e deve fare la differenza. Ammettendo le proprie colpe, riparandole e impegnandosi a fare sempre meglio per far stare bene il proprio prossimo e per onorare, con gioia e senza inutili autoflagellazioni, la vita che possediamo e il mondo che ci circonda.

Saluti,
Ades Inc.

lunedì 27 giugno 2016

Sulla civiltà e sulla violenza

Da che mondo è mondo e da che l’essere umano ha iniziato a riunirsi in gruppi più o meno ampi, la vita in comunità è stata regolamentata da norme utili a non rompersi l’anima a vicenda; tali norme sono popolarmente conosciute come “regole civili” o “regole di civiltà”. Civile è ad esempio una persona che non butta cartacce in strada, o che non lascia l’immondizia davanti al portone di un palazzo, o che non tiene la musica a palla tutto il fottuto giorno, o che non si diletta a fare spregi a chicchessia. Insomma: “civile” è un qualcuno che con i suoi modi di fare non arreca disturbi evidenti e conclamati al suo prossimo.
Finché si è tutti civili, la vita in comunità fila abbastanza liscia; quando però uno o più membri di detta comunità iniziano a fottersene bellamente delle norme civili, ignorano le proteste dei propri vicini e se ne sbattono delle legittime richieste altrui, quella che era stata una comunità più o meno armoniosa diventa uno dei gironi dell’Inferno dantesco. Ed è lì, nel girone infernale, che viene a galla la vera natura dell’essere umano: una creatura contorta fatta di zanne, scaglie e corna, pronta a dilaniare, ferire, umiliare ed infine annientare il suo prossimo, e che risponde alla semplice regola “vita mea, mors tua” – più semplicemente detta “prova a farmi le scarpe e ti spezzerò le gambe”.
Questa semplice lezione di vita ci circonda ogni giorno e, ogni giorno, possiamo farne esperienza nei modi più disparati. Per quanto mi riguarda, ciò che sta accadendo nella mia strada è solo un’ennesima conferma delle mie teorie, già testate, provate ed evidenziate in ogni modo, tempo e luogo umanamente conosciuto.
Tutto è iniziato quest’inverno quando i nuovi arrivati nel vicinato hanno deciso di voler ricominciare la raccolta dei soldi per ripristinare il manto stradale.
Che la strada – comunemente definita in gergo “trazzera”, ossia una strada di campagna atta al transito di mezzi motorizzati e non – facesse abbastanza schifo – il piano stradale era talmente rovinato, a tratti così melmoso e pieno di buchi da sembrare più un territorio lunare soggetto al bombardamento continuo di asteroidi ripieni di fango – lo sapevamo tutti, e che la raccolta di questi beneamati soldi fosse un compito particolarmente arduo ne eravamo già a conoscenza, avendo tentato questa via già sette anni prima e senza successo. Loro però si sono impuntati e, trovata la complicità di un secondo residente – di seguito chiamato S. –, hanno insistito per riprendere la colletta.
E pace. A me personalmente fregava i cazzi della strada – non scendo quasi mai e in dodici anni di residenza qui non ho mai dovuto affrontare chissà quali spese per riparare supposti danni alla macchina causati dal dissesto della trazzera – ma vabbe: mi rendo conto delle difficoltà altrui e sgancio gli sghei.
La raccolta va avanti per tutto l’inverno e questo mio vicino, che chiamerò M. per comodità, scovati i contatti di tutti i proprietari di case e terreni – i “coinvolti” saremmo circa trenta – comincia la sua opera di tartassamento sistematico dei coglioni dei più recalcitranti, sentendosi spesso rispondere – e non proprio a torto – cose come “io ci vengo una volta l’anno, della strada non mi frega, tutti sti soldi non li scucio, arrangiati”.
Tira e molla, molla e tira, si fa dicembre e viene indetta una “riunione per fare il punto”. A questa riunione, su trenta eravamo presenti in sei. E sempre, su trenta, solo in quattro avevamo messo l’intera somma richiesta; gli altri, chi più chi meno, avevano o versato un contributo simbolico, o detto “appena avete finito vi do i soldi”, o direttamente fatto presente che “potevamo attaccarci al... *”
A questo punto, se solo quattro su trenta decidono di andare avanti e di sistemare la strada, la famosa “maggioranza” da chi è rappresentata? Così, tanto per dire.
Comunque sia, due ore di discussione e si decide di proseguire: M. avrebbe continuato a tartassare la gente, noi avremmo atteso la primavera per fare i lavori, e l’unica voce che aveva osato proporre l’idea di mettere una sbarra a chiusura della strada (il già citato S.) venne prontamente messa a tacere da un coro di dissensi.
A inizio primavera una nuova riunione – in otto stavolta – e poi un’altra in maggio dove finalmente ci viene comunicata da M. la data dei lavori: il nove di giugno. In tutto questo, poiché i soldi raccolti sono meno della metà di quanto previsto, non solo si è pensato bene di cementare solo la metà della strada “a spregio”, ma persino di farla da noi; inoltre, poiché a detta di M. “noi non siamo i cretini e loro non sono i furbi” ci viene comunicato che verrà messa una catena a chiudere l’accesso alla strada “da dove inizia il cemento in poi” (ovvero da casa di M. a casa di S.) per far sì che chi non ha pagato sia costretto a farsela a piedi per raggiungere la propria proprietà.
Più di uno – me compreso – fa presente che tale è un abuso, in tanti si storce il naso, ma alla fine la sua retorica prevale e col sostegno dell’altro residente fisso della zona – tra chi è coinvolto nella faccenda della strada ci sono perlopiù villeggianti occasionali e proprietari da una botta e via, e a vivere stabilmente qui siamo in tre: M., io e indovinate chi è l’altro – accettiamo con un grugnito questa novità che, viene detto, “resterà solo il sabato e la domenica” anche perché così “il postino potrà passare tranquillamente”. Tutto questo senza votazione e senza nulla di scritto, nella migliore delle tradizioni popolari “a fiducia”.
Arrivano dunque le betoniere, vengono stese le reti, si versa il cemento, e tra un litigio e un altro viene steso il manto stradale. Così a cazzen, come è giusto che sia, con tanto di bozzi, buche e strisciate oscene. Ovviamente il cemento si linea ovunque entro il giorno dopo, ma chi se ne impipa? La strada si dice fatta e la catena viene tesa all’altezza della recinzione del terreno di M. che, scherzando e babbiando, più di una volta si definisce “il portinaio”.
Il primo week-end passa tra un concerto di proteste e – a detta di M. – una pioggia di soldi, tanto che – sempre a detta sua – “in una giornata è finito un blocchetto di fatture”.
Qualunque persona normale penserebbe a questo punto che la catena avrà ragione di esistere per davvero poco tempo... e invece no. Al lunedì, infatti, troviamo la catena attaccata al paletto e la strada chiusa.
Inutile dire che a quel punto ho iniziato a sospettare il tranello e, con il pensiero rivolto al portalettere, ho chiesto lumi. La risposta di M. è stata: “No, siccome la gente passa da qui pure durante la settimana, metterla solo nel week-end non ha senso” e al mio fargli notare che pure il postino vorrebbe passare per consegnare la cazzo di posta, ha risposto: “Allora la mattina la si toglie e la si rimette nel primo pomeriggio.” “Siamo sicuri?” “Te lo prometto”.
Vabbe.
Peccato che al mercoledì la moglie di S., alle dieci del mattino, nello scendere da casa stava per mettere la catena e le ho dovuto gridare, dal mio terreno, di non farlo; e peccato che, neanche cinque minuti dopo, ho trovato la cazzo di catena agganciata e sono dovuta scendere da casa per andarla a togliere. E ancora peccato che, quando diligentemente sono andata per rimetterla, l’ho trovata annodata al suo cazzo di paletto, bella tesa a sbarrare il passo.
Ceh... Parliamone.
Segue telefonata nervosa a M. nella quale mi sento dire che lui non è responsabile di nulla – al mio paese chi dice “te lo prometto” si assume una qual certa responsabilità – che la catena l’abbiamo voluta tutti e che nessuno aveva mai parlato di “solo nel week-end”. Ovviamente non me la tengo e gliene scavallo tremila, lui probabilmente informa mr. S. e signora e parte la guerra a chi la dice – e la fa – più grossa. Tra un borioso “ti sei permessa e non ti devi permettere più” e un “se non ti sta bene puoi anche trasferirti”, volano in quel giovedì anche le minacce della moglie di M. che, a due centimetri scarsi dalla mia faccia, mi urla “ti gonfio di botte!” davanti alla combriccola – ovvero: il marito e i signori S. – che quasi se la ridono come un branco di iene. Mi viene intimato di tacere più di una volta, mi sento definire pazza, rincoglionita e incivile, mi viene praticamente detto dalla moglie di M. che se proverò a mettere la cassetta della posta vicino alla catena – dunque vicino casa sua – la farà volare, e per giunta sento dire più e più volte che “la decisione di mettere la catena spetta alla maggioranza”.
Sah.
Due proprietari contro i restanti ventotto? O – dato che poi la gente è lecchina e dimentica le cose a convenienza e da che il mercoledì dicono “sì è vero doveva essere solo sabato e domenica” a che il giovedì diventa “eh, non ricordo...” – quattro contro i restanti ventisei?
Ovviamente, siccome M. ed S. hanno la cassetta della posta anche all’inizio della strada, giù in fondo vicino alla Statale, il problema del postino – mi viene detto – è solo mio e quindi “sono cazzi miei”.
E deficiente io che ho pagato per una strada che non mi serviva e non m’interessava, tra parentesi, dato che il problema di dover “continuamente riparare le auto” non era decisamente mio ma loro.
È umano a questo punto fare una scelta tra reagire e sottomettersi, tra – come si dice di solito – fuggire o combattere. Se da un lato il “quieto vivere” significa una certa sicurezza, dall’altro, a questo punto e in tale contesto, pretende che ci si sottometta alla legge del branco – o del più forte, o del bullismo, o della mafia, fatae vobis. E cosa significa, alla tirata dei conti, sottomettersi se non che si sarà eternamente costretti a stare con il culo metaforicamente a ponte? Che si dovrà ingoiare qualunque rospo, che si dovrà accettare qualsivoglia abuso, da brave pecore zelanti e obbedienti, mentre le bestie ti banchettano attorno?
A guerra di princìpi per guerra di princìpi – a questo punto, mi pare chiaro, la catena se la possono infilare dove non batte il sole anello per anello e con paletto compreso – quando sabato mia madre è uscita con mia zia per fare la spesa ha lasciato la catena sganciata. Neanche mezzogiorno, e dalla finestra dello studio sento M. chiedere alla moglie con quale auto eravamo usciti, se con quella bianca o con la jeep e, alla risposta “con quella blu”, lo sento commentare “ah, allora c’è ancora qualcuno in casa”. Di seguito – io me la ridevo in silenzio, godendo un mondo dell’effetto eco che conosco a memoria e che loro stupidamente ignorano – lo sento dire al telefono, parlando per mia madre, che “la si deve fare sfasare” e che “ogni volta che toglierà la catena la si dovrà rimettere, così farà sali e scendi come una cretina”, mentre la moglie – ardita sbroccata perversa – grida: “Da lunedì la posta la riceveranno col culo!”
Alla domenica, misteriosamente la mia cassetta della posta – che era agganciata a doppio fil di ferro al cancello – scompare, e dalla casa di M. si leva alta la musica della radio mentre al contempo da casa di S. giunge il suono martellante della disco music.
Entrambi sanno bene quanto fastidio mi da la musica ad alto volume che pretende di rompere la quiete tipica – o che dovrebbe essere tipica – della campagna. E dunque, come interpretare la musica? Che, tra parentesi, si leva ostinata da casa M. anche adesso mentre sto scrivendo?
E abbiamo così: spregi, furti, possibile effrazione, minacce e villania. E, ovviamente, preoccupazione per future, possibili, nuove effrazioni e, viste le minacce ricevute, anche per future, possibili, aggressioni fisiche.
Di nuovo: fuggire o combattere? Sottomettersi o reagire? Mi armo di pazienza o di spray al peperoncino?
Ma come si dovrebbe reagire in questi casi? Rispondendo a tono o rivolgendosi alla legge?
Si suppone la seconda, no?
Già. Peccato che poi, quando tenti di sporgere denuncia, ti senti rispondere dalle forze dell’ordine che “il sospetto non serve a nulla” dunque la denuncia di furto sarebbe contro ignoti e stop, che “la minaccia non è provata” dato che i testimoni si coprirebbero a vicenda, che loro non possono nulla contro le angherie e che dunque, in definitiva, sono cazzi nostri.
Ed anche se obiettivamente non puoi che ammettere le loro ragioni – verba volant, ognuno può inventarsi il cazzo che vuole, e se la legge si muovesse per “voci di corridoio” sarebbe il delirio – rimane il fatto che è la fine dei buoni propositi e della giustizia comunemente detta, quando tanto la legge quanto il buonsenso si ritirano dal bagnasciuga della società e ti lasciano immerso in una melma informe e caotica che ti risucchia sempre più a fondo ad ogni passo che fai.
Al sopruso non puoi dunque che rispondere con il sopruso, allo spregio con altrettanto spregio, all’angheria con l’angheria e all’arroganza con arroganza, finché uno dei due contendenti – o tu o lui o a volte entrambi – non finisce per cedere sventolando bandiera bianca. E nel farlo – nel trasformarti nell’aguzzino del tuo aguzzino – ecco che viene a galla il peggio di te: ti spuntano zanne, artigli e scaglie che s’ingigantiscono al crescere di quelle altrui mentre quelle del nemico crescono a loro volta e, più che “stenderti sulla riva del fiume in attesa di veder passare il suo cadavere” finisci per preparare trappole ingegnose per farcelo cascare a peso, il nemico, dentro il fiume.
Ed è il far-west: un girone infernale dove le regole della decenza muoiono, la civiltà diventa un sinonimo di debolezza, la legge viene ingoiata dal caos, e solo il più forte – in stile Hunger Games – alla fine sopravvive. Da umano civile che eri, in pratica divieni una creatura che trama vendetta e ordisce inganni nella speranza che l’incauto abbocchi e commetta un’imprudenza, perché sa che in gioco c’è la sua stessa sopravvivenza.
E in questa trasformazione da uomo civile a belva vendicativa sta ad ognuno di noi decidere quando e dove fermarsi, come e perché reagire e in che modo e, soprattutto, sta al buonsenso personale decidere quanto si può scendere in basso nel ventre molle dell’abisso prima di perdere ogni controllo sulla propria umanità e sulla propria razionalità.
Io personalmente mi terrò ai margini del consentito e aspetterò al varco i nemici, sperando in un loro passo falso che mi consenta di coglierli in flagranza di reato e di denunciarli con tutta la soddisfazione del mondo, ma quanti al mio posto si limiterebbero a ciò? Perché fare i conti con i propri, di mostri, vi assicuro che è dannatamente difficile: ti saltano in groppa che è un piacere e come fanno le fusa loro non le fa nessuno. Quasi fatichi a riconoscerli come mostri tanto hanno ragione e tanto sono graziosi con le loro ideuzze geniali e, visto come ti fanno sentire forte ogni volta che ruggiscono in risposta agli attacchi altrui, finisci per coccolarli quasi fossero teneri orsacchiottoni custodi.
Ed è in questa realtà perversa e distorta, dove lotti per sopravvivere e mano a mano che scendi in basso perdi parte di te, che alla fine, dopo varie stremanti battaglie, magari qualcuno finisce per perdere ogni freno e ogni lucidità, per afferrare una pistola e sparare al vicino perché i suoi panni stesi continuano a sgocciolare, giorno dopo giorno, protesta dopo protesta, sul suo balcone. Sembra niente, pare uno scherzo o un’esagerazione, ma quante magagne e quanti abusi bisogna subire prima di esplodere? In quanti modi bisogna farsi calpestare prima di uscire definitivamente di senno?
Di cosa, alla fine dei giochi, ci stupiamo se qualcuno sbrocca? Non siamo forse noi stessi a generare il clima ostile che poi partorisce idee violente? Non è forse parte della natura umana il volersi ergere a signori e padroni dell’ambiente che ci circonda? Non è insito in ognuno di noi il desiderio di dominare, anche a costo di calpestare chi ci sta attorno, solo per il gusto di sentirci forti o furbi o invincibili? E non diciamo bugie: lo facciamo in continuazione. Lo facciamo ogni volta che ce ne sbattiamo delle norme del viver civile e magari posteggiamo in doppia fila o teniamo la musica a palla, lo facciamo quando pretendiamo di avere tutti i vantaggi in una situazione e “dimentichiamo” di pensare alle necessità altrui, lo facciamo quando anteponiamo il “nostro” al “loro” – e ampliando il discorso, anteponiamo le necessità della nostra città, della nostra regione, della nostra nazione, della nostra cultura, a quella “altrui”. Dovremmo forse darci una calmata e rientrare un tantino nei ranghi, a volte, no? Potremmo – chessò – dare una stretta al nostro Ego piuttosto che lasciare che si gonfi come un dirigibile oscurando così il mondo che ci circonda. No?
Anche perché, non è forse umanamente e universalmente conosciuta la volontà di rivalsa, di ribellione dinnanzi ai soprusi, di vendetta, di “giustizia”? E metto accanto i due termini – vendetta e giustizia – poiché cos’è la “giustizia” se non una “vendetta legalizzata”? Pensiamoci: per ogni torto subìto, la società la fa pagare al malfattore e, a seconda della gravità insita nel reato stesso, la legge infila qui e là delle aggravanti giusto per “farla pagare con più intensità”. Basta dunque fare un esercizio di logica e spostare la linea di confine per trovarci dalla zona “giustizia” alla zona “vendetta”: ciò che è “giustizia” in una cultura – non necessariamente uno Stato, basta muoversi da una cerchia sociale all’altra – è “crudeltà” in un’altra; ciò che è “punire” da una parte, da un’altra parte viene vista come “infierire”; ciò che è “legge”, insomma, muta facilmente in “vendetta”. È, alla fine, tutta una questione di sfumature e, nelle sfumature, i concetti di “giusto” e “sbagliato” perdono qualsiasi senso... semplicemente perché sono frutto di umane costruzioni e, come tali, soggetti al giudizio di una cultura. E se “giusto” è farla pagare a chi ti ha fatto un torto o commette un abuso nei tuoi confronti o nei confronti della collettività, e pur essendoci una legge questa non può essere applicata per svariate ragioni o addirittura in taluni casi viene applicata male, cosa rimane a chi si sente oppresso o abusato se non la cosiddetta “giustizia privata”?
Dove non arriva la legge arriva il buonsenso, si dice. E il buonsenso dovrebbe dirti: ricorda che la tua libertà finisce dove inizia quella dell’altro e mai, per nessun motivo, devi crederti sto gran cazzo e mezzo, altrimenti qualcuno potrebbe rompersi le palle e decidere di ridimensionarti a colpi d’ascia – metaforica nel mio caso, purtroppo vera nel caso di parecchi supposti “paladini della giustizia”.
Ed è perfettamente, intimamente umano lottare per affermare il proprio posto, per difendere la propria dignità, la propria libertà e per stabilire i propri confini. Così come, si dice, è umano porsi dei limiti e darsi delle regole, soprattutto quando si pretende di vivere in comunità.

Sarebbe il caso di rifletterci su. O no?