È
strage al Pulse di Orlando, in Florida. Cinquanta i morti,
cinquantatré i feriti secondo le fonti più attendibili.
Potrei
scrivere un romanzo su questa tragedia. Potrei riportare le ultime
parole di una delle vittime, potrei parlare del dolore dei familiari,
potrei linkare i video delle testimonianze dei sopravvissuti, potrei
quindi fare leva sui sentimenti di chi mi sta leggendo, ma non lo
farò. Se i sentimenti li avete siete già abbastanza in lutto; se
non li avete, le mie sarebbero parole sprecate e tanto varrebbe
spiegare la teoria della relatività ai porci.
Non
starò neanche a lamentarmi della mancanza dei vari “je suis”
sparsi tra i social, perché tanto mi fanno un baffo queste
manifestazioni di ipocrita convenienza (chi è mai stato “Israele”
all’indomani di un attentato? Chi è mai stato Ankara? Chi è mai
stato Somalia, Eritrea, Kenia, Namibia, Ghana, Libia, Siria? E
“donna” all’indomani dell’ennesimo omicidio? E “bambino”
quando si scopre un altro pedofilo? E “musulmano”, “cattolico”,
“ortodosso”, “ebreo”, “indù”, “buddista”? E
“tibetano”, chi lo è mai stato?) Piuttosto, preferisco si sia
“persone” e basta, che ci facciamo più figura.
Invece,
preferisco focalizzare l’attenzione su quella che, pare, sia stata
la causa scatenante: un bacio tra due uomini.
Ora:
se vedi due uomini che si baciano e ti sale il prurito alle mani c’è
un solo nome che si può dare alla cosa, e cioè “omofobia”. Non
è un problema di etnia dei soggetti coinvolti in quel bacio, non è
un problema legato all’appartenenza religiosa dei due uomini, non è
un problema di capi di vestiario o di pettinature, ma di orientamento
sessuale. Due uomini si baciano. Se ti sale il sangue al cervello sei
omofobo; niente più, niente meno.
Ne
consegue logicamente che la causa scatenante della strage avvenuta al
Pulse è stata l’omofobia. Niente niente, il killer è entrato in
una discoteca frequentata da gay e ha fatto fuoco. Con buona pace del
gruppo facebook che simpaticamente – si fa per dire – si oppone
alla legge sulle unioni civili, il movente è l’omofobia.
Ma
fa nulla. Pare che mezzo mondo si stia concentrando sulla
rivendicazione dell’isis e, chissà perché, ai più piace così.
Oh,
beh, magari il perché, invece, lo sappiamo eccome.
Se
il movente si cristallizza nel “atto proveniente dal terrorismo
islamico” possiamo tranquillamente identificare un nemico preciso –
il terrorismo islamico – dunque un target specifico di gente da
dover tenere sott’occhio – i musulmani – e, mentre questi
bersagli possiamo tenerli bene a distanza – non sono “noi”, non
fanno parte della “nostra” cultura – possiamo dirci tranquilli
mentre biasimiamo quanto accaduto e possiamo sentirci al sicuro.
Se
invece riconosciamo che il movente è l’omofobia, la storia cambia.
Cambia perché ad essere omofobi non sono solo i musulmani; ad essere
omofoba non è solo la cultura “altra”, ma anche la “nostra”;
ad odiare profondamente gli omosessuali e i transessuali e i
bisessuali non sono semplicemente le organizzazioni islamiche come
l’isis, ma anche quelle che abbiamo sotto casa e sono tutto fuorché
“straniere” o “musulmane”; per non considerare magari anche
il prete della parrocchia dietro l’angolo, il padre di un nostro
amico, la professoressa del liceo, il maestro d’asilo dei nostri
figli, il poliziotto di quartiere, il medico di famiglia, la
psicologa, il vicino di casa con la passione per i coltelli, magari
anche la vecchietta che mette l’arsenico nel vino.
Il
target insomma si allarga tanto da comprendere mezzo paese, dal
netturbino al sindaco, dal dodicenne all’ottuagenario. E, in questo
caso, chi bisogna tenere d’occhio? Ovvio: chiunque faccia discorsi
d’odio con una certa veemenza. E chi può dirsi al sicuro?
Praticamente nessuno.
Questa
cosa ci spaventa così tanto che preferiamo non pensarci. L’idea
che chiunque, da un momento all’altro, potrebbe passare dalle
parole ai fatti – cosa che già accade con una certa regolarità ma
fa nulla, eh, sono casi isolati – e fare una strage ci turba
talmente che preferiamo pensare che il problema sia altrove,
distante, ben circoscritto all’interno di una comunità distante da
noi anni luce in termini di cultura e di civiltà e che tali problemi
non ci toccheranno se solo riusciremo a tenere i cattivi musulmani
ben fuori dalle balle.
Peccato
sia tutto inutile.
Basta
dare una scorsa alle farneticazioni di Adinolfi e dei suoi seguaci, a
quelle di Brandi e dei provitiani vari, alle provocazioni di forza
nuova e casa pound, alle dichiarazioni della chiesa cattolica (dai
cartelli “sbagliato è sbagliato” affissi negli oratori per
finire alle campane a lutto quando passò la legge sulle unioni
civili), agli insegnamenti dei geoviani, ai tweet dei leghisti, agli
articoli della nuova bq, ai deliri delle fantomatiche “cure per gli
omosessuali”, alle minchiate sulla presunta “lobby gay che vuole
omosessualizzare il paese genderizzando i bambini” (mesi di impegno
e ancora mi chiedo che cazzo significhi sta frase) per capire che il
medesimo odio omofobico ce l’abbiamo ben radicato dentro casa e
dentro la nostra cultura; basta leggere di gay, lesbiche e trans
aggrediti in strada, umiliati sul luogo di lavoro, buttati fuori
casa, divenuti oggetto di bullismo a scuola, resi vittime di abusi
psicologici se non addirittura fisici, costretti a subire il
disprezzo dei parenti, degli amici, dei vicini, della cerchia sociale
per rendersi conto che no, il problema non è “altrove”, non è
“distante” e non è “circoscritto ai musulmani”. Se poi diamo
una scorsa ai commenti ricchi di invettive che sono stati postati sui
social in risposta alla strage ad Orlando – c’è chi, persino,
scrive che “al posto degli ebrei ai forni dovremmo metterci i gay”
o chi sostiene che se i due uomini non si fossero baciati in strada
tutto questo non sarebbe accaduto (similmente: se la donna non avesse
indossato la minigonna l’uomo non si sarebbe sentito in dovere di
stuprarla) – ci accorgiamo di quanto il problema sia dannatamente
grande.
Il
problema non è l’integralismo islamico, come vogliono convincerci
a credere in queste ore.
Il
problema è l’omofobia. L’omofobia e la possibilità che hanno
certe teste perse di dare spazio ai loro deliri moltiplicandoli nelle
piazze, nei luoghi di culto, nelle sale delle conferenze, sui social
e persino nei cessi delle scuole. Deliri che raggiungono milioni di
persone, gettano i semi dell’odio in lungo e in largo, risciacquano
le menti più suscettibili e accendono fuochi dove non dovrebbero.
L’Omar
nostrano potrebbe nascondersi in una chiesa di paese e potrebbe
ascoltare la predica di un prete qualsiasi che vomita odio nei
confronti di omosessuali e transessuali; potrebbe essere affiliato ai
provita, potrebbe aver votato per il ridicolo partito della famiglia,
potrebbe far finta di leggere un libro in piazza, potrebbe sfilare ai
family day.
L’Omar
americano poteva essere uno dei tanti estremisti cristiani che ha
invocato quelle leggi che in parecchi stati del sud consentono di
discriminare omosessuali e transessuali “per motivi religiosi” o
poteva essere un parrocchiano della chiesa di WestBoro che a poche
ore dalla strage ha dichiarato che “è stato dio ad uccidere tutti
quei gay” e “speriamo ne muoiano altri”.
Il
killer poteva, alla fine, essere un fanatico qualunque, appartenente
ad una o ad un’altra religione poiché entrambe, al loro estremo,
invitano i fedeli a “difendere la tradizione” combattendo “in
un modo o nell’altro” (fucili e pistole compresi) i cosiddetti
“abomini”.
Quanti
i pestaggi, quanti gli omicidi, quante le frasi shock, quanti i
rigurgiti di medioevo, quante le frasi sconsiderate solo quest’anno?
Dai due uomini pestati alle cinque del mattino mentre aspettavano di
prendere un taxi, all’uomo che decide di massacrare a bastonate
l’amante del figlio; dal disgustoso paragone tra l’adozione del
figlio del partner e maternità surrogata – che è costata a tanti
bambini la possibilità di vedersi concessi dei diritti
insindacabili, e per fortuna che “lo facciamo per i bambini” –
, alle volgari inchieste sulle discoteche gay all’indomani
dell’omicidio Varani – quasi che dopo un omicidio qualsiasi vi
siano inchieste sui locali notturni frequentati dagli eterosessuali;
dalle scenette oltraggiose venute fuori durante la discussione del
testo del DDL Cirinnà fino al dipendente dell’ATC di Torino che
pensò bene di negare una casa popolare a due donne “per obiezione
di coscienza” – quasi che certuni sappiano cosa sia una coscienza
– passando per i sindaci che chiedono l’obiezione di coscienza
per non dover unire civilmente le coppie dello stesso sesso – anche
qui, coscienza un paio di palle – dichiarazioni di personaggi
pubblici che paragonano gli omosessuali al demonio, che vorrebbero
fucilarli o usare il napalm sui cortei del Gay Pride.
E
in quanti hanno visto, ascoltato, assimilato e annuito? Quanti fedeli
erano presenti in chiesa quando don Pusceddu ha invocato la morte per
gli omosessuali? E quanti applaudono ai comizi di Brandi o dichiarano
la loro solidarietà ai leghisti che getterebbero un figlio
omosessuale in un forno?
Chi
ci assicura che tra questi fanatici – italiani e fondamentalisti
cristiani – non si nasconda un qualunque Omar pronto a fare
irruzione in un locale qualunque, ad ammazzare a bastonate un
passante qualunque, a insegnare ai suoi figli ad odiare, pestare,
umiliare, spingere al suicidio un giovane qualunque?
Nessuno.
Ecco perché non vogliamo pensarci.
La
verità, però, è questa.
La
strage di Orlando non è piovuta dal cielo. È figlia, piuttosto, di
un clima di intolleranza, di disprezzo, di “legittima
discriminazione”; è nata e si è risolta in una società malata di
estremismo e di fanatismo religioso che sente di dover “epurare il
mondo dai suoi peccati”. Ed è figlia soprattutto di una società
che si ostina a non vedere, a non ricordare, a sottovalutare i
discorsi d’odio quasi fossero niente più che parole quando furono
proprio le parole a portare al potere certi pazzi genocidi; una
società che saltella allegra sull’orlo del baratro senza rendersi
conto dei pericoli, che rifiuta di combattere i mostri quando ancora
sono piccoli e gestibili (basterebbe chiudere i microfoni ai dementi
seminatori d’odio e fare una bella campagna di sensibilizzazione,
ad esempio) ed invece aspetta che vi siano migliaia di vittime prima
di iniziare a svegliarsi. Una società, alla fine dei conti, che sa
solo pensare “tanto non è un mio problema” quasi che
l’estremismo e il fanatismo non ci tocchi tutti da vicino.
Peccato
che, invece, anche qui siamo in torto.
L’estremismo
religioso non riguarda solo i gay, le lesbiche o i trans; in fin dei
conti, la tanto amata e sbandierata “tradizione” si scaglia anche
contro le donne emancipate (si sa che la donna serve solo a
procreare e deve “stare in silenzio nelle congregazioni” e
“sottomessa al marito”), coppie conviventi (l’unica
famiglia è o no, secondo loro, quella “sposata”?), laicità
(sia mai che non vi inginocchiate davanti ad una divinità e non
impostiate tutta la vostra vita attorno ad una religione!), libertà
di opinione (se sei estremista religioso il cervello è solo un
inutile accessorio), libertà religiosa (infedeli!!), gonne
corte (puttane), shorts (doppiamente puttane meritevoli di
stupro), ombelico scoperto (indegne e lascive puttane),
contraccettivi (dovete riprodurvi come conigli), sesso
prematrimoniale (peccato mortale – lascive puttane,
ovviamente), aborto (assassinio, e pure se è frutto di uno
stupro chi se ne impipa? Di sicuro te lo sarai cercato e ora paga lo
scotto, puttana), divorzio (adulteri – e disgraziata
puttana, che male non fa).
Allargando
così la visuale sulla piega fondamentalista che sta prendendo la
società nella quale viviamo e nella quale crediamo di essere al
sicuro, riusciamo a capire il perché si abbia bisogno di una legge
che impedisca i discorsi d’odio? Perché si senta la necessità di
mettere un freno ai deliri religiosi? Perché si punti a sottolineare
l’importanza della laicità dello Stato?
Suppongo
di no.
Come
sempre, se la storia ci ha insegnato qualcosa è che le masse sono
creature sorde, cieche e anche un po’ cretine che, beatamente
ignare del mondo che le circonda, si gettano nell’abisso come
branchi di pecore impazzite. Poi si svegliano di colpo, si ritrovano
sotto il giogo di una qualunque dittatura e, rincoglionite dalla
botta in testa che le ha ridestate dal sogno di unicorni e fatine in
tutù, guardano l’incubo in faccia e si chiedono “ma quando è
successo?”. E che, ovviamente, trovano immediatamente un capro espiatorio conveniente sul quale poter scaricare ogni colpa così da non doversi fare nessun genere di esame di coscienza.
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