lunedì 13 giugno 2016

Se l'Omar ce l'hai in casa

È strage al Pulse di Orlando, in Florida. Cinquanta i morti, cinquantatré i feriti secondo le fonti più attendibili.
Potrei scrivere un romanzo su questa tragedia. Potrei riportare le ultime parole di una delle vittime, potrei parlare del dolore dei familiari, potrei linkare i video delle testimonianze dei sopravvissuti, potrei quindi fare leva sui sentimenti di chi mi sta leggendo, ma non lo farò. Se i sentimenti li avete siete già abbastanza in lutto; se non li avete, le mie sarebbero parole sprecate e tanto varrebbe spiegare la teoria della relatività ai porci.
Non starò neanche a lamentarmi della mancanza dei vari “je suis” sparsi tra i social, perché tanto mi fanno un baffo queste manifestazioni di ipocrita convenienza (chi è mai stato “Israele” all’indomani di un attentato? Chi è mai stato Ankara? Chi è mai stato Somalia, Eritrea, Kenia, Namibia, Ghana, Libia, Siria? E “donna” all’indomani dell’ennesimo omicidio? E “bambino” quando si scopre un altro pedofilo? E “musulmano”, “cattolico”, “ortodosso”, “ebreo”, “indù”, “buddista”? E “tibetano”, chi lo è mai stato?) Piuttosto, preferisco si sia “persone” e basta, che ci facciamo più figura.
Invece, preferisco focalizzare l’attenzione su quella che, pare, sia stata la causa scatenante: un bacio tra due uomini.
Ora: se vedi due uomini che si baciano e ti sale il prurito alle mani c’è un solo nome che si può dare alla cosa, e cioè “omofobia”. Non è un problema di etnia dei soggetti coinvolti in quel bacio, non è un problema legato all’appartenenza religiosa dei due uomini, non è un problema di capi di vestiario o di pettinature, ma di orientamento sessuale. Due uomini si baciano. Se ti sale il sangue al cervello sei omofobo; niente più, niente meno.
Ne consegue logicamente che la causa scatenante della strage avvenuta al Pulse è stata l’omofobia. Niente niente, il killer è entrato in una discoteca frequentata da gay e ha fatto fuoco. Con buona pace del gruppo facebook che simpaticamente – si fa per dire – si oppone alla legge sulle unioni civili, il movente è l’omofobia.
Ma fa nulla. Pare che mezzo mondo si stia concentrando sulla rivendicazione dell’isis e, chissà perché, ai più piace così.
Oh, beh, magari il perché, invece, lo sappiamo eccome.
Se il movente si cristallizza nel “atto proveniente dal terrorismo islamico” possiamo tranquillamente identificare un nemico preciso – il terrorismo islamico – dunque un target specifico di gente da dover tenere sott’occhio – i musulmani – e, mentre questi bersagli possiamo tenerli bene a distanza – non sono “noi”, non fanno parte della “nostra” cultura – possiamo dirci tranquilli mentre biasimiamo quanto accaduto e possiamo sentirci al sicuro.
Se invece riconosciamo che il movente è l’omofobia, la storia cambia. Cambia perché ad essere omofobi non sono solo i musulmani; ad essere omofoba non è solo la cultura “altra”, ma anche la “nostra”; ad odiare profondamente gli omosessuali e i transessuali e i bisessuali non sono semplicemente le organizzazioni islamiche come l’isis, ma anche quelle che abbiamo sotto casa e sono tutto fuorché “straniere” o “musulmane”; per non considerare magari anche il prete della parrocchia dietro l’angolo, il padre di un nostro amico, la professoressa del liceo, il maestro d’asilo dei nostri figli, il poliziotto di quartiere, il medico di famiglia, la psicologa, il vicino di casa con la passione per i coltelli, magari anche la vecchietta che mette l’arsenico nel vino.
Il target insomma si allarga tanto da comprendere mezzo paese, dal netturbino al sindaco, dal dodicenne all’ottuagenario. E, in questo caso, chi bisogna tenere d’occhio? Ovvio: chiunque faccia discorsi d’odio con una certa veemenza. E chi può dirsi al sicuro? Praticamente nessuno.
Questa cosa ci spaventa così tanto che preferiamo non pensarci. L’idea che chiunque, da un momento all’altro, potrebbe passare dalle parole ai fatti – cosa che già accade con una certa regolarità ma fa nulla, eh, sono casi isolati – e fare una strage ci turba talmente che preferiamo pensare che il problema sia altrove, distante, ben circoscritto all’interno di una comunità distante da noi anni luce in termini di cultura e di civiltà e che tali problemi non ci toccheranno se solo riusciremo a tenere i cattivi musulmani ben fuori dalle balle.
Peccato sia tutto inutile.
Basta dare una scorsa alle farneticazioni di Adinolfi e dei suoi seguaci, a quelle di Brandi e dei provitiani vari, alle provocazioni di forza nuova e casa pound, alle dichiarazioni della chiesa cattolica (dai cartelli “sbagliato è sbagliato” affissi negli oratori per finire alle campane a lutto quando passò la legge sulle unioni civili), agli insegnamenti dei geoviani, ai tweet dei leghisti, agli articoli della nuova bq, ai deliri delle fantomatiche “cure per gli omosessuali”, alle minchiate sulla presunta “lobby gay che vuole omosessualizzare il paese genderizzando i bambini” (mesi di impegno e ancora mi chiedo che cazzo significhi sta frase) per capire che il medesimo odio omofobico ce l’abbiamo ben radicato dentro casa e dentro la nostra cultura; basta leggere di gay, lesbiche e trans aggrediti in strada, umiliati sul luogo di lavoro, buttati fuori casa, divenuti oggetto di bullismo a scuola, resi vittime di abusi psicologici se non addirittura fisici, costretti a subire il disprezzo dei parenti, degli amici, dei vicini, della cerchia sociale per rendersi conto che no, il problema non è “altrove”, non è “distante” e non è “circoscritto ai musulmani”. Se poi diamo una scorsa ai commenti ricchi di invettive che sono stati postati sui social in risposta alla strage ad Orlando – c’è chi, persino, scrive che “al posto degli ebrei ai forni dovremmo metterci i gay” o chi sostiene che se i due uomini non si fossero baciati in strada tutto questo non sarebbe accaduto (similmente: se la donna non avesse indossato la minigonna l’uomo non si sarebbe sentito in dovere di stuprarla) – ci accorgiamo di quanto il problema sia dannatamente grande.
Il problema non è l’integralismo islamico, come vogliono convincerci a credere in queste ore.
Il problema è l’omofobia. L’omofobia e la possibilità che hanno certe teste perse di dare spazio ai loro deliri moltiplicandoli nelle piazze, nei luoghi di culto, nelle sale delle conferenze, sui social e persino nei cessi delle scuole. Deliri che raggiungono milioni di persone, gettano i semi dell’odio in lungo e in largo, risciacquano le menti più suscettibili e accendono fuochi dove non dovrebbero.
L’Omar nostrano potrebbe nascondersi in una chiesa di paese e potrebbe ascoltare la predica di un prete qualsiasi che vomita odio nei confronti di omosessuali e transessuali; potrebbe essere affiliato ai provita, potrebbe aver votato per il ridicolo partito della famiglia, potrebbe far finta di leggere un libro in piazza, potrebbe sfilare ai family day.
L’Omar americano poteva essere uno dei tanti estremisti cristiani che ha invocato quelle leggi che in parecchi stati del sud consentono di discriminare omosessuali e transessuali “per motivi religiosi” o poteva essere un parrocchiano della chiesa di WestBoro che a poche ore dalla strage ha dichiarato che “è stato dio ad uccidere tutti quei gay” e “speriamo ne muoiano altri”.
Il killer poteva, alla fine, essere un fanatico qualunque, appartenente ad una o ad un’altra religione poiché entrambe, al loro estremo, invitano i fedeli a “difendere la tradizione” combattendo “in un modo o nell’altro” (fucili e pistole compresi) i cosiddetti “abomini”.
Quanti i pestaggi, quanti gli omicidi, quante le frasi shock, quanti i rigurgiti di medioevo, quante le frasi sconsiderate solo quest’anno? Dai due uomini pestati alle cinque del mattino mentre aspettavano di prendere un taxi, all’uomo che decide di massacrare a bastonate l’amante del figlio; dal disgustoso paragone tra l’adozione del figlio del partner e maternità surrogata – che è costata a tanti bambini la possibilità di vedersi concessi dei diritti insindacabili, e per fortuna che “lo facciamo per i bambini” – , alle volgari inchieste sulle discoteche gay all’indomani dell’omicidio Varani – quasi che dopo un omicidio qualsiasi vi siano inchieste sui locali notturni frequentati dagli eterosessuali; dalle scenette oltraggiose venute fuori durante la discussione del testo del DDL Cirinnà fino al dipendente dell’ATC di Torino che pensò bene di negare una casa popolare a due donne “per obiezione di coscienza” – quasi che certuni sappiano cosa sia una coscienza – passando per i sindaci che chiedono l’obiezione di coscienza per non dover unire civilmente le coppie dello stesso sesso – anche qui, coscienza un paio di palle – dichiarazioni di personaggi pubblici che paragonano gli omosessuali al demonio, che vorrebbero fucilarli o usare il napalm sui cortei del Gay Pride.
E in quanti hanno visto, ascoltato, assimilato e annuito? Quanti fedeli erano presenti in chiesa quando don Pusceddu ha invocato la morte per gli omosessuali? E quanti applaudono ai comizi di Brandi o dichiarano la loro solidarietà ai leghisti che getterebbero un figlio omosessuale in un forno?
Chi ci assicura che tra questi fanatici – italiani e fondamentalisti cristiani – non si nasconda un qualunque Omar pronto a fare irruzione in un locale qualunque, ad ammazzare a bastonate un passante qualunque, a insegnare ai suoi figli ad odiare, pestare, umiliare, spingere al suicidio un giovane qualunque?
Nessuno. Ecco perché non vogliamo pensarci.
La verità, però, è questa.
La strage di Orlando non è piovuta dal cielo. È figlia, piuttosto, di un clima di intolleranza, di disprezzo, di “legittima discriminazione”; è nata e si è risolta in una società malata di estremismo e di fanatismo religioso che sente di dover “epurare il mondo dai suoi peccati”. Ed è figlia soprattutto di una società che si ostina a non vedere, a non ricordare, a sottovalutare i discorsi d’odio quasi fossero niente più che parole quando furono proprio le parole a portare al potere certi pazzi genocidi; una società che saltella allegra sull’orlo del baratro senza rendersi conto dei pericoli, che rifiuta di combattere i mostri quando ancora sono piccoli e gestibili (basterebbe chiudere i microfoni ai dementi seminatori d’odio e fare una bella campagna di sensibilizzazione, ad esempio) ed invece aspetta che vi siano migliaia di vittime prima di iniziare a svegliarsi. Una società, alla fine dei conti, che sa solo pensare “tanto non è un mio problema” quasi che l’estremismo e il fanatismo non ci tocchi tutti da vicino.
Peccato che, invece, anche qui siamo in torto.
L’estremismo religioso non riguarda solo i gay, le lesbiche o i trans; in fin dei conti, la tanto amata e sbandierata “tradizione” si scaglia anche contro le donne emancipate (si sa che la donna serve solo a procreare e deve “stare in silenzio nelle congregazioni” e “sottomessa al marito”), coppie conviventi (l’unica famiglia è o no, secondo loro, quella “sposata”?), laicità (sia mai che non vi inginocchiate davanti ad una divinità e non impostiate tutta la vostra vita attorno ad una religione!), libertà di opinione (se sei estremista religioso il cervello è solo un inutile accessorio), libertà religiosa (infedeli!!), gonne corte (puttane), shorts (doppiamente puttane meritevoli di stupro), ombelico scoperto (indegne e lascive puttane), contraccettivi (dovete riprodurvi come conigli), sesso prematrimoniale (peccato mortale – lascive puttane, ovviamente), aborto (assassinio, e pure se è frutto di uno stupro chi se ne impipa? Di sicuro te lo sarai cercato e ora paga lo scotto, puttana), divorzio (adulteri – e disgraziata puttana, che male non fa).
Allargando così la visuale sulla piega fondamentalista che sta prendendo la società nella quale viviamo e nella quale crediamo di essere al sicuro, riusciamo a capire il perché si abbia bisogno di una legge che impedisca i discorsi d’odio? Perché si senta la necessità di mettere un freno ai deliri religiosi? Perché si punti a sottolineare l’importanza della laicità dello Stato?
Suppongo di no.
Come sempre, se la storia ci ha insegnato qualcosa è che le masse sono creature sorde, cieche e anche un po’ cretine che, beatamente ignare del mondo che le circonda, si gettano nell’abisso come branchi di pecore impazzite. Poi si svegliano di colpo, si ritrovano sotto il giogo di una qualunque dittatura e, rincoglionite dalla botta in testa che le ha ridestate dal sogno di unicorni e fatine in tutù, guardano l’incubo in faccia e si chiedono “ma quando è successo?”. E che, ovviamente, trovano immediatamente un capro espiatorio conveniente sul quale poter scaricare ogni colpa così da non doversi fare nessun genere di esame di coscienza.

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