Due
sono le polemiche che, nonostante siano passati giorni e giorni, non
accennano a placarsi. Polemiche su due argomenti a prima vista ben
distinti: una frase e un morto. Su questi due
argomenti sono giorni che leggo fiumi di parole, di biasimi per
parole altrui, di ardite difese per i biasimi fatti alle parole
altrui; vedo straordinarie contorsioni morali, riavvolgimenti
temporali, rigurgiti di buonismo, fraintendimenti e attacchi massicci
di isteria collettiva.
Due
argomenti a prima vista distinti, un solo problema di fondo: una
morale ipocrita.
Cominciamo
dal più recente: la dipartita del politico leghista del quale – il
motivo lo si chiarirà in seguito – nemmeno farò il nome. Sappiamo
benissimo chi è e va bene così.
Da
bravo leghista incarognito, costui costruì la sua carriera politica
seminando disprezzo a destra e a manca: prese di mira i Rom, i
migranti, le persone di colore, gli omosessuali; augurò la morte ad
ognuna di queste categorie di persone, gioì del suicidio di un
detenuto, sperò che il colera colpisse i NoTav, i centri sociali (e
gli zingari, ovviamente) e dichiarò che “il giorno in cui entrerà
in vigore la legge sulle unioni civili sarà come morire”. Era,
tutto sommato, un’entità disumana. Un’entità con, in più, la
discutibile libertà di fare politica e di arringare le masse.
Tirare
un sospiro di sollievo perché, finalmente, la sua orrida voce si è
spenta per sempre è umano. È il sospiro di sollievo di chi, stanco
di sentire l’odio che intride i discorsi delle entità disumane,
stanco di vedere come l’odio che intride i discorsi di tali
creature si trasforma in veri e propri atti di violenza perpetrati ai
danni delle persone, stanco di subire dileggi, sberleffi, insulti,
attacchi, stanco di vivere nel timore di essere la prossima vittima
di un pestaggio – stanco, insomma – finalmente può dire “meno
uno”.
Ed
è qui, alle soglie di questo pensiero, che si scatena la polemica.
Perché mai il “uno di meno” di quel (ex, ormai) politico sarebbe
diverso dal mio “meno uno”?
La
prima risposta che mi viene in mente è, in tutta onestà, “la
differenza è così labile da passare quasi inosservata”. A lui
stavano sul cazzo quelle categorie di persone, a me sta sul cazzo la
categoria sua; lui sorrideva alla morte di un detenuto, io sorrido
ora alla sua; lui pregava per la morte della gente, io... beh,
speravo che lui – e non solo – si togliesse dalle palle in un
modo o nell’altro. Tirando le somme generali, entrambi siamo stati
abbastanza coerenti e similmente bastardi e, fin qui, pace. Prendo e
porto a casa, insieme con le altre.
La
differenza tra i nostri due pensieri è però un filino diversa:
mentre lui si augurava il peggio per delle persone che nessun danno
arrecano al prossimo, io mi auguravo che qualcuno tappasse la bocca
ad un qualcuno che di danni al prossimo ne ha arrecati parecchi.
Mentre lui dileggiava chi, come i migranti, semplicemente cerca di
sottrarsi alla fame, al degrado, alla guerra, alla morte e alla
persecuzione e chiede solo un futuro migliore – cosa che noi
italiani abbiamo fatto migrando da sud a nord, dall’Italia agli
USA, alla Germania, all’Inghilterra, alla Francia, alla Norvegia,
alla Svezia, al Brasile, al Costarica, persino alla Romania, alla
Libia eccetera ma chissene, figurarsi – io tiro calci in culo a
chi, dileggiando i migranti, istiga il popolo ad odiarli; mentre lui
– come i suoi degni compari di bisboccia – invocava le ruspe, io
sputo su chi, invocando la distruzione dei campi Rom, istiga il
popolo a darli alle fiamme; mentre lui insultava gli omosessuali, li
denigrava e li pretendeva cittadini di serie Z (“serie B” un paio
di palle, quelli come lui è già tanto se ne riconoscono
l’esistenza!), io insultavo – e insulto – chi, con la sua
schifosa propaganda, incentiva il disprezzo verso le persone
omosessuali e, di fatto, incoraggia i pestaggi e le violenze (non
solo fisiche) ai loro danni.
La
differenza tra il suo “uno meno” e il mio “meno uno”, alla
fine, è una questione di prospettive: il mio è figlio di “se n’è
andato un nazista in erba”, il suo è un “se n’è andato un
povero disgraziato”, e in nessuno dei due casi si accenna anche
solo minimamente al vissuto, alla storia, all’umanità (si suppone
ce ne sia stata da qualche parte sennò come non detto) di chi è
l’oggetto di quel “meno” semplicemente perché non è l’essere
umano morto il centro della questione ma ciò che il personaggio ha
dato di sé. Tutto ciò che conta, insomma, è quello che il “meno”
ha tolto al mondo morendo e, in questi termini, è un po’ la
differenza che passa tra “è morto Tizio” ed “è morto Hitler”.
Se Tizio morendo ha portato via con sé solo se stesso e ha lasciato
un vuoto nella vita dei suoi cari, Hitler morendo ha tolto dal mondo
la causa di una guerra, la testa che ha dato i natali ad un’orrida
ideologia, la mano che ha provocato milioni di vittime innocenti, la
bocca che ha incitato i suoi seguaci a portare avanti i massacri, gli
occhi che vedevano solo diversità da cancellare, le orecchie che
ascoltavano le sofferenze altrui e ne gioivano, i piedi che hanno
calpestato la dignità umana e soprattutto ha restituito il respiro a
quanti solo per una sorta di miracolo sono riusciti a salvarsi. E
chissene del resto.
Onestamente:
alla morte di Hitler avreste pianto? E se Hitler, nel bel mezzo di un
discorso dei suoi, tra un “a morte gli ebrei” e un “i portatori
di handicap sono solo un peso per la società e dobbiamo
liberarcene”, avesse inciampato su un gradino e fosse ruzzolato giù
da una scala anzitempo? No, probabilmente ve ne sareste dispiaciuti
poiché, sciocchi quali siete, non vi accorgete del pericolo insito
nelle ideologie finché quelle stesse ideologie non iniziano a fare
vittime a tempesta... e anche a quel punto, ci si mette parecchio
prima di metabolizzare la cosa e di dire “ma che cazzo...?”
E,
invece, col senno di poi? Sapendo ciò che sapete che avrebbe fatto,
se fosse ruzzolato giù dalla scala anzitempo, cosa avreste pensato?
Odo un respiro di sollievo, mi sa. Ecco, stessa cosa vale in questo
caso. Chi ha respirato di sollievo è colui il quale ha potuto
sentire sulla pelle – anche solo metaforicamente – i danni che i
suoi discorsi avrebbero o stavano già generando.
In
tutto questo, lui sperava nell’eliminazione fisica del problema (se
ne avesse avuto la possibilità probabilmente avrebbe sparato sulla
folla), mentre io mi auguro che si facciano delle leggi che
impediscano a quelli come lui di fare discorsi d’odio. Lui
applaudiva alla violenza gratuita e magari la promuoveva pure, io
punto più sulla difesa personale e sulla difesa di chi non può
difendersi.
E
non vi spendete neanche un solo istante in proteste inutili
sostenendo che “me la sto prendendo con chi non può difendersi
perché è morto” poiché, semplicemente, chi è morto è morto.
Fortunatamente – o anche no, dipende dai punti di vista – una
volta morti tutto ciò che riguarda quello che accade nel mondo cessa
di essere rilevante; sia che crediate in paradisi e inferni vari,
nella reincarnazione, nel ricongiungimento all’Universo, nel vuoto
assoluto o non abbiate una posizione chiara in merito, solo una cosa
accomuna i trapassati: ciò che facciamo o diciamo non li tocca né
li riguarda. Hanno un loro luogo o non hanno nulla o semplicemente
non sono più, poco importa; resta il fatto che non possiamo
danneggiarli in alcun modo.
Le
vittime di quelli come lui, invece, hanno tutti una cosa in comune:
erano vive e potevano sentire, vedere e toccare l’immensità del
disprezzo che gli veniva riversato addosso e il dolore che questo
disprezzo ha provocato in loro.
Per
tale motivo, per quanto mi riguarda, l’unica cosa che posso fare
adesso con questo “meno uno” è consegnarlo all’oblio ove è
meritevole di stare.
Fate
ciò che volete, ma per me è “damnatio memoriae” e per tale
motivo non ne scriverò il nome.
Posto
l’accento su tali insignificanti differenze tra il “meno uno”
di chi ha sospirato di sollievo e il “uno meno” di chi si
augurava la morte di persone innocenti – non sono insignificanti,
per nulla, ma i moralisti amano ridurre le questioni fino ad
appiattirle del tutto, per cui facciamo finta che siano
insignificanti – vorrei prendere in esame un secondo punto di
questa polemica: la correttezza.
Chi
l’ha osannato in vita ne onorerà la memoria e starà lì a
piangere la sua morte. Ognuno è libero di pregare il diavolo che più
gli piace, ma soprattutto la famiglia è famiglia, i legami sono
legami e vabbe. Mi fa’ un po’ senso, ma posso anche capirvi.
Probabilmente amerete ricordare ciò che di buono ha fatto per voi –
una carezza, un sorriso, una battuta, una gita, una giornata al mare,
una parola di conforto e via discorrendo – e, essendo cresciuti e
pasciuti con la sua ideologia piantata in testa, non ne vedete il
marcio più di quanto io non ne possa vedere il bello. Di nuovo,
questione di prospettive.
Chi,
invece, ha sputato sulle sue dichiarazioni e se l’è tenuto sullo
stomaco fino alla fine, non vedo perché debba piangerne la morte.
Perché “è una questione di rispetto”? Ma rispetto per cosa? Per
un qualcuno sul quale avete lanciato chissà quali e quanti anatemi
mentre era in vita? Cos’è, da vivo poteva essere tranquillamente
ritenuto un insulto al genere umano e ora che è morto ad un tratto è
diventato un santo? Se è così, vi invito ad andare a piangere su
Gheddafi, su Hussein, su Mussolini, su Franco e così via. Anche loro
avevano famiglia, sapete? Mogli vedove, figli orfani, amici in lutto,
sostenitori in lacrime... Andate a provare pena anche per loro, sì?
E dato che ci siete, con la medesima logica, date una pacca sulla
spalla a chi ne sta piangendo la fine e ne sta onorando la memoria
portando avanti la loro ideologia. Freghicazzi se è un’ideologia
violenta fondata sull’odio e sulla prevaricazione che,
potenzialmente, potrebbe rigettarci nel caos di una guerra civile:
l’importante è onorare la memoria di un qualcuno che,
semplicemente tirando le cuoia, nel vostro cervello a doppia corsia è
passato da “stronzo” a “cucciolone adorato”. Poco importa
quali siano stati i vostri sentimenti: l’importante è essere
“politicamente corretti”.
Poi,
con la stessa logica che vi spinge a rispettare in morte chi avete
disprezzato in vita, onorate a questo punto anche i kamikaze, i
terroristi, gli stragisti, i mafiosi, i nazisti... povere creaturine
innocenti la cui unica colpa è l’aver provocato la morte di
migliaia di persone. Siccome però avevano famiglia, sono da
rispettare e coccolare una volta schiattati.
In
fine, per essere corretti – dato che mogli, figli, amici, parenti
et simila ci sono anche mentre la gente è viva e vegeta – siate
tolleranti e bendisposti qualunque cosa accada. Così, se qualcuno
sparge merda su di te, sulla tua categoria o su una categoria
qualunque, non arrabbiarti e non pretendere che qualcuno ti tuteli o
tuteli le cosiddette minoranze poiché, così facendo, mancheresti di
rispetto a tutti coloro che ti vogliono morto; non dire loro di
tacere, non dire neanche “fermati” mentre ti sta umiliando o
pestando a sangue: pensa alla gioia che regali a lui, alla sua
famiglia, ai suoi figli, ai suoi sostenitori e siine contento. Anzi,
lodalo pure per lo splendido lavoro che ha fatto. Onorali in vita,
fa’ loro un applauso, osannali e bacia loro i piedi come pretendi
si debba fare quando sono morti.
Perché
i vivi ascoltano, parlano, agiscono, guidano le masse, pensano,
odiano, amano, mentre i morti no. Quindi, se proprio pretendi di
amare e rispettare qualcuno a prescindere da ciò che fa o dice o
proclama o propugna, fallo mentre è vivo e può ascoltarti.
Fatelo.
Fatelo e forse sarete un filo più coerenti. Non avrete il mio
apprezzamento manco per scherzo, ma almeno sarete fango solo a metà.
Ma finché darete del “bastardo” a qualcuno mentre è vivo e,
alla sua morte, inizierete a piagnucolare, pregare e salmodiare i
vostri “rip” del cazzo, sarete solo ipocriti buonisti.
Perché
il buonismo, alla tirata dei conti, è quel qualcosa che rivolta la
morale e appiattisce il sentire umano, pretendendo che si vada contro
la nostra stessa natura senza però che si sappia il perché. È quel
qualcosa che ti fa sentire in colpa per i tuoi istinti e per i tuoi
sentimenti ma che non è “coscienza” propriamente detta poiché
non proviene dall’interno ma è imposto dall’esterno; è quel
qualcosa di intimamente legato alla sfera del soprannaturale e che,
come tale, si osserva in quanto “dogma” e non è soggetto ad
alcuna logica. Non si è “buoni” perché si è buoni, ma si è
“buoni” perché una fantasia religiosa ti dice di esserlo; non
sei “pietoso” con il trapassato perché hai pietà o hai avuto
pietà di lui in vita, ma perché “la morte cancella i peccati”.
E cos’è l’idea del “peccato” o della “cancellazione del
peccato” se non un qualcosa di soprannaturale? Se non un qualcosa
creato ad arte per sgravare o aggravare le coscienze delle masse
assoggettandole ad un pensiero unico precostruito? E cos’è la
“pietà per il morto” a questo punto se non l’arroganza del vivo che vuole
fare solo bella figura davanti al suo dio ma intimamente se ne sbatte
del deceduto?
Ipocrisia.
Il
buonismo vuole che tu sia ossequioso e rispettoso non perché
realmente senti di esserlo, non perché intimamente rispetti un
qualcuno o un qualcosa, ma perché ti è stato detto che “è giusto
così”. Se poi intimamente non rispetti chi fai finta di rispettare
non ha importanza: il buonismo è una facciata e basta e, in quanto
tale, ipocrisia pura.
Il
bello è che anche chi dice di non credere in nulla spesso ci casca
con tutte le scarpe. Siamo talmente tanto pregni di questa cultura
che, pur con tutti gli sforzi che facciamo per liberarcene, qualcosa
di essa ci resta incollata addosso. Così capita di non far caso a
certe sottigliezze, di non porci alcuna domanda sul perché dei
nostri comportamenti e, anzi, di evitare persino di mettere in dubbio
la personalità di certe convinzioni.
Beatamente,
ci culliamo nell’ignoranza e portiamo avanti i dogmi che ci sono
stati imposti sin dal giorno della nostra nascita mentre, al
contempo, pretendiamo di liberarci dal giogo del sentire comune.
Paradossalmente,
a questo punto, ho più rispetto per chi, nel suo essere carogna, si
è dimostrato coerente in ogni momento piuttosto che per chi, nella
sua ipocrisia smielata, gliene ha dette sempre di cotte e di crude
per poi augurargli piamente di riposare in pace.
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