mercoledì 8 giugno 2016

Due discorsi sull'ipocrisia: della morte...

Due sono le polemiche che, nonostante siano passati giorni e giorni, non accennano a placarsi. Polemiche su due argomenti a prima vista ben distinti: una frase e un morto. Su questi due argomenti sono giorni che leggo fiumi di parole, di biasimi per parole altrui, di ardite difese per i biasimi fatti alle parole altrui; vedo straordinarie contorsioni morali, riavvolgimenti temporali, rigurgiti di buonismo, fraintendimenti e attacchi massicci di isteria collettiva.
Due argomenti a prima vista distinti, un solo problema di fondo: una morale ipocrita.

Cominciamo dal più recente: la dipartita del politico leghista del quale – il motivo lo si chiarirà in seguito – nemmeno farò il nome. Sappiamo benissimo chi è e va bene così.

Da bravo leghista incarognito, costui costruì la sua carriera politica seminando disprezzo a destra e a manca: prese di mira i Rom, i migranti, le persone di colore, gli omosessuali; augurò la morte ad ognuna di queste categorie di persone, gioì del suicidio di un detenuto, sperò che il colera colpisse i NoTav, i centri sociali (e gli zingari, ovviamente) e dichiarò che “il giorno in cui entrerà in vigore la legge sulle unioni civili sarà come morire”. Era, tutto sommato, un’entità disumana. Un’entità con, in più, la discutibile libertà di fare politica e di arringare le masse.
Tirare un sospiro di sollievo perché, finalmente, la sua orrida voce si è spenta per sempre è umano. È il sospiro di sollievo di chi, stanco di sentire l’odio che intride i discorsi delle entità disumane, stanco di vedere come l’odio che intride i discorsi di tali creature si trasforma in veri e propri atti di violenza perpetrati ai danni delle persone, stanco di subire dileggi, sberleffi, insulti, attacchi, stanco di vivere nel timore di essere la prossima vittima di un pestaggio – stanco, insomma – finalmente può dire “meno uno”.
Ed è qui, alle soglie di questo pensiero, che si scatena la polemica. Perché mai il “uno di meno” di quel (ex, ormai) politico sarebbe diverso dal mio “meno uno”?
La prima risposta che mi viene in mente è, in tutta onestà, “la differenza è così labile da passare quasi inosservata”. A lui stavano sul cazzo quelle categorie di persone, a me sta sul cazzo la categoria sua; lui sorrideva alla morte di un detenuto, io sorrido ora alla sua; lui pregava per la morte della gente, io... beh, speravo che lui – e non solo – si togliesse dalle palle in un modo o nell’altro. Tirando le somme generali, entrambi siamo stati abbastanza coerenti e similmente bastardi e, fin qui, pace. Prendo e porto a casa, insieme con le altre.
La differenza tra i nostri due pensieri è però un filino diversa: mentre lui si augurava il peggio per delle persone che nessun danno arrecano al prossimo, io mi auguravo che qualcuno tappasse la bocca ad un qualcuno che di danni al prossimo ne ha arrecati parecchi. Mentre lui dileggiava chi, come i migranti, semplicemente cerca di sottrarsi alla fame, al degrado, alla guerra, alla morte e alla persecuzione e chiede solo un futuro migliore – cosa che noi italiani abbiamo fatto migrando da sud a nord, dall’Italia agli USA, alla Germania, all’Inghilterra, alla Francia, alla Norvegia, alla Svezia, al Brasile, al Costarica, persino alla Romania, alla Libia eccetera ma chissene, figurarsi – io tiro calci in culo a chi, dileggiando i migranti, istiga il popolo ad odiarli; mentre lui – come i suoi degni compari di bisboccia – invocava le ruspe, io sputo su chi, invocando la distruzione dei campi Rom, istiga il popolo a darli alle fiamme; mentre lui insultava gli omosessuali, li denigrava e li pretendeva cittadini di serie Z (“serie B” un paio di palle, quelli come lui è già tanto se ne riconoscono l’esistenza!), io insultavo – e insulto – chi, con la sua schifosa propaganda, incentiva il disprezzo verso le persone omosessuali e, di fatto, incoraggia i pestaggi e le violenze (non solo fisiche) ai loro danni.
La differenza tra il suo “uno meno” e il mio “meno uno”, alla fine, è una questione di prospettive: il mio è figlio di “se n’è andato un nazista in erba”, il suo è un “se n’è andato un povero disgraziato”, e in nessuno dei due casi si accenna anche solo minimamente al vissuto, alla storia, all’umanità (si suppone ce ne sia stata da qualche parte sennò come non detto) di chi è l’oggetto di quel “meno” semplicemente perché non è l’essere umano morto il centro della questione ma ciò che il personaggio ha dato di sé. Tutto ciò che conta, insomma, è quello che il “meno” ha tolto al mondo morendo e, in questi termini, è un po’ la differenza che passa tra “è morto Tizio” ed “è morto Hitler”. Se Tizio morendo ha portato via con sé solo se stesso e ha lasciato un vuoto nella vita dei suoi cari, Hitler morendo ha tolto dal mondo la causa di una guerra, la testa che ha dato i natali ad un’orrida ideologia, la mano che ha provocato milioni di vittime innocenti, la bocca che ha incitato i suoi seguaci a portare avanti i massacri, gli occhi che vedevano solo diversità da cancellare, le orecchie che ascoltavano le sofferenze altrui e ne gioivano, i piedi che hanno calpestato la dignità umana e soprattutto ha restituito il respiro a quanti solo per una sorta di miracolo sono riusciti a salvarsi. E chissene del resto.
Onestamente: alla morte di Hitler avreste pianto? E se Hitler, nel bel mezzo di un discorso dei suoi, tra un “a morte gli ebrei” e un “i portatori di handicap sono solo un peso per la società e dobbiamo liberarcene”, avesse inciampato su un gradino e fosse ruzzolato giù da una scala anzitempo? No, probabilmente ve ne sareste dispiaciuti poiché, sciocchi quali siete, non vi accorgete del pericolo insito nelle ideologie finché quelle stesse ideologie non iniziano a fare vittime a tempesta... e anche a quel punto, ci si mette parecchio prima di metabolizzare la cosa e di dire “ma che cazzo...?”
E, invece, col senno di poi? Sapendo ciò che sapete che avrebbe fatto, se fosse ruzzolato giù dalla scala anzitempo, cosa avreste pensato? Odo un respiro di sollievo, mi sa. Ecco, stessa cosa vale in questo caso. Chi ha respirato di sollievo è colui il quale ha potuto sentire sulla pelle – anche solo metaforicamente – i danni che i suoi discorsi avrebbero o stavano già generando.
In tutto questo, lui sperava nell’eliminazione fisica del problema (se ne avesse avuto la possibilità probabilmente avrebbe sparato sulla folla), mentre io mi auguro che si facciano delle leggi che impediscano a quelli come lui di fare discorsi d’odio. Lui applaudiva alla violenza gratuita e magari la promuoveva pure, io punto più sulla difesa personale e sulla difesa di chi non può difendersi.
E non vi spendete neanche un solo istante in proteste inutili sostenendo che “me la sto prendendo con chi non può difendersi perché è morto” poiché, semplicemente, chi è morto è morto. Fortunatamente – o anche no, dipende dai punti di vista – una volta morti tutto ciò che riguarda quello che accade nel mondo cessa di essere rilevante; sia che crediate in paradisi e inferni vari, nella reincarnazione, nel ricongiungimento all’Universo, nel vuoto assoluto o non abbiate una posizione chiara in merito, solo una cosa accomuna i trapassati: ciò che facciamo o diciamo non li tocca né li riguarda. Hanno un loro luogo o non hanno nulla o semplicemente non sono più, poco importa; resta il fatto che non possiamo danneggiarli in alcun modo.
Le vittime di quelli come lui, invece, hanno tutti una cosa in comune: erano vive e potevano sentire, vedere e toccare l’immensità del disprezzo che gli veniva riversato addosso e il dolore che questo disprezzo ha provocato in loro.
Per tale motivo, per quanto mi riguarda, l’unica cosa che posso fare adesso con questo “meno uno” è consegnarlo all’oblio ove è meritevole di stare.
Fate ciò che volete, ma per me è “damnatio memoriae” e per tale motivo non ne scriverò il nome.
Posto l’accento su tali insignificanti differenze tra il “meno uno” di chi ha sospirato di sollievo e il “uno meno” di chi si augurava la morte di persone innocenti – non sono insignificanti, per nulla, ma i moralisti amano ridurre le questioni fino ad appiattirle del tutto, per cui facciamo finta che siano insignificanti – vorrei prendere in esame un secondo punto di questa polemica: la correttezza.
Chi l’ha osannato in vita ne onorerà la memoria e starà lì a piangere la sua morte. Ognuno è libero di pregare il diavolo che più gli piace, ma soprattutto la famiglia è famiglia, i legami sono legami e vabbe. Mi fa’ un po’ senso, ma posso anche capirvi. Probabilmente amerete ricordare ciò che di buono ha fatto per voi – una carezza, un sorriso, una battuta, una gita, una giornata al mare, una parola di conforto e via discorrendo – e, essendo cresciuti e pasciuti con la sua ideologia piantata in testa, non ne vedete il marcio più di quanto io non ne possa vedere il bello. Di nuovo, questione di prospettive.
Chi, invece, ha sputato sulle sue dichiarazioni e se l’è tenuto sullo stomaco fino alla fine, non vedo perché debba piangerne la morte. Perché “è una questione di rispetto”? Ma rispetto per cosa? Per un qualcuno sul quale avete lanciato chissà quali e quanti anatemi mentre era in vita? Cos’è, da vivo poteva essere tranquillamente ritenuto un insulto al genere umano e ora che è morto ad un tratto è diventato un santo? Se è così, vi invito ad andare a piangere su Gheddafi, su Hussein, su Mussolini, su Franco e così via. Anche loro avevano famiglia, sapete? Mogli vedove, figli orfani, amici in lutto, sostenitori in lacrime... Andate a provare pena anche per loro, sì? E dato che ci siete, con la medesima logica, date una pacca sulla spalla a chi ne sta piangendo la fine e ne sta onorando la memoria portando avanti la loro ideologia. Freghicazzi se è un’ideologia violenta fondata sull’odio e sulla prevaricazione che, potenzialmente, potrebbe rigettarci nel caos di una guerra civile: l’importante è onorare la memoria di un qualcuno che, semplicemente tirando le cuoia, nel vostro cervello a doppia corsia è passato da “stronzo” a “cucciolone adorato”. Poco importa quali siano stati i vostri sentimenti: l’importante è essere “politicamente corretti”.
Poi, con la stessa logica che vi spinge a rispettare in morte chi avete disprezzato in vita, onorate a questo punto anche i kamikaze, i terroristi, gli stragisti, i mafiosi, i nazisti... povere creaturine innocenti la cui unica colpa è l’aver provocato la morte di migliaia di persone. Siccome però avevano famiglia, sono da rispettare e coccolare una volta schiattati.
In fine, per essere corretti – dato che mogli, figli, amici, parenti et simila ci sono anche mentre la gente è viva e vegeta – siate tolleranti e bendisposti qualunque cosa accada. Così, se qualcuno sparge merda su di te, sulla tua categoria o su una categoria qualunque, non arrabbiarti e non pretendere che qualcuno ti tuteli o tuteli le cosiddette minoranze poiché, così facendo, mancheresti di rispetto a tutti coloro che ti vogliono morto; non dire loro di tacere, non dire neanche “fermati” mentre ti sta umiliando o pestando a sangue: pensa alla gioia che regali a lui, alla sua famiglia, ai suoi figli, ai suoi sostenitori e siine contento. Anzi, lodalo pure per lo splendido lavoro che ha fatto. Onorali in vita, fa’ loro un applauso, osannali e bacia loro i piedi come pretendi si debba fare quando sono morti.
Perché i vivi ascoltano, parlano, agiscono, guidano le masse, pensano, odiano, amano, mentre i morti no. Quindi, se proprio pretendi di amare e rispettare qualcuno a prescindere da ciò che fa o dice o proclama o propugna, fallo mentre è vivo e può ascoltarti.
Fatelo. Fatelo e forse sarete un filo più coerenti. Non avrete il mio apprezzamento manco per scherzo, ma almeno sarete fango solo a metà. Ma finché darete del “bastardo” a qualcuno mentre è vivo e, alla sua morte, inizierete a piagnucolare, pregare e salmodiare i vostri “rip” del cazzo, sarete solo ipocriti buonisti.
Perché il buonismo, alla tirata dei conti, è quel qualcosa che rivolta la morale e appiattisce il sentire umano, pretendendo che si vada contro la nostra stessa natura senza però che si sappia il perché. È quel qualcosa che ti fa sentire in colpa per i tuoi istinti e per i tuoi sentimenti ma che non è “coscienza” propriamente detta poiché non proviene dall’interno ma è imposto dall’esterno; è quel qualcosa di intimamente legato alla sfera del soprannaturale e che, come tale, si osserva in quanto “dogma” e non è soggetto ad alcuna logica. Non si è “buoni” perché si è buoni, ma si è “buoni” perché una fantasia religiosa ti dice di esserlo; non sei “pietoso” con il trapassato perché hai pietà o hai avuto pietà di lui in vita, ma perché “la morte cancella i peccati”. E cos’è l’idea del “peccato” o della “cancellazione del peccato” se non un qualcosa di soprannaturale? Se non un qualcosa creato ad arte per sgravare o aggravare le coscienze delle masse assoggettandole ad un pensiero unico precostruito? E cos’è la “pietà per il morto” a questo punto se non l’arroganza del vivo che vuole fare solo bella figura davanti al suo dio ma intimamente se ne sbatte del deceduto?
Ipocrisia.
Il buonismo vuole che tu sia ossequioso e rispettoso non perché realmente senti di esserlo, non perché intimamente rispetti un qualcuno o un qualcosa, ma perché ti è stato detto che “è giusto così”. Se poi intimamente non rispetti chi fai finta di rispettare non ha importanza: il buonismo è una facciata e basta e, in quanto tale, ipocrisia pura.
Il bello è che anche chi dice di non credere in nulla spesso ci casca con tutte le scarpe. Siamo talmente tanto pregni di questa cultura che, pur con tutti gli sforzi che facciamo per liberarcene, qualcosa di essa ci resta incollata addosso. Così capita di non far caso a certe sottigliezze, di non porci alcuna domanda sul perché dei nostri comportamenti e, anzi, di evitare persino di mettere in dubbio la personalità di certe convinzioni.
Beatamente, ci culliamo nell’ignoranza e portiamo avanti i dogmi che ci sono stati imposti sin dal giorno della nostra nascita mentre, al contempo, pretendiamo di liberarci dal giogo del sentire comune.

Paradossalmente, a questo punto, ho più rispetto per chi, nel suo essere carogna, si è dimostrato coerente in ogni momento piuttosto che per chi, nella sua ipocrisia smielata, gliene ha dette sempre di cotte e di crude per poi augurargli piamente di riposare in pace.

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