Da
che mondo è mondo e da che l’essere umano ha iniziato a riunirsi
in gruppi più o meno ampi, la vita in comunità è stata
regolamentata da norme utili a non rompersi l’anima a vicenda; tali
norme sono popolarmente conosciute come “regole civili” o “regole
di civiltà”. Civile è ad esempio una persona che non butta
cartacce in strada, o che non lascia l’immondizia davanti al
portone di un palazzo, o che non tiene la musica a palla tutto il
fottuto giorno, o che non si diletta a fare spregi a chicchessia.
Insomma: “civile” è un qualcuno che con i suoi modi di fare non
arreca disturbi evidenti e conclamati al suo prossimo.
Finché
si è tutti civili, la vita in comunità fila abbastanza liscia;
quando però uno o più membri di detta comunità iniziano a
fottersene bellamente delle norme civili, ignorano le proteste dei
propri vicini e se ne sbattono delle legittime richieste altrui,
quella che era stata una comunità più o meno armoniosa diventa uno
dei gironi dell’Inferno dantesco. Ed è lì, nel girone infernale,
che viene a galla la vera natura dell’essere umano: una creatura
contorta fatta di zanne, scaglie e corna, pronta a dilaniare, ferire,
umiliare ed infine annientare il suo prossimo, e che risponde alla
semplice regola “vita mea, mors tua” – più semplicemente detta
“prova a farmi le scarpe e ti spezzerò le gambe”.
Questa
semplice lezione di vita ci circonda ogni giorno e, ogni giorno,
possiamo farne esperienza nei modi più disparati. Per quanto mi
riguarda, ciò che sta accadendo nella mia strada è solo un’ennesima
conferma delle mie teorie, già testate, provate ed evidenziate in
ogni modo, tempo e luogo umanamente conosciuto.
Tutto
è iniziato quest’inverno quando i nuovi arrivati nel vicinato
hanno deciso di voler ricominciare la raccolta dei soldi per
ripristinare il manto stradale.
Che
la strada – comunemente definita in gergo “trazzera”, ossia una
strada di campagna atta al transito di mezzi motorizzati e non –
facesse abbastanza schifo – il piano stradale era talmente
rovinato, a tratti così melmoso e pieno di buchi da sembrare più un
territorio lunare soggetto al bombardamento continuo di asteroidi
ripieni di fango – lo sapevamo tutti, e che la raccolta di questi
beneamati soldi fosse un compito particolarmente arduo ne eravamo già
a conoscenza, avendo tentato questa via già sette anni prima e senza
successo. Loro però si sono impuntati e, trovata la complicità di
un secondo residente – di seguito chiamato S. –, hanno insistito
per riprendere la colletta.
E
pace. A me personalmente fregava i cazzi della strada – non scendo
quasi mai e in dodici anni di residenza qui non ho mai dovuto
affrontare chissà quali spese per riparare supposti danni alla
macchina causati dal dissesto della trazzera – ma vabbe: mi rendo
conto delle difficoltà altrui e sgancio gli sghei.
La
raccolta va avanti per tutto l’inverno e questo mio vicino, che
chiamerò M. per comodità, scovati i contatti di tutti i proprietari
di case e terreni – i “coinvolti” saremmo circa trenta –
comincia la sua opera di tartassamento sistematico dei coglioni dei
più recalcitranti, sentendosi spesso rispondere – e non proprio a
torto – cose come “io ci vengo una volta l’anno, della strada
non mi frega, tutti sti soldi non li scucio, arrangiati”.
Tira
e molla, molla e tira, si fa dicembre e viene indetta una “riunione
per fare il punto”. A questa riunione, su trenta eravamo presenti
in sei. E sempre, su trenta, solo in quattro avevamo messo l’intera
somma richiesta; gli altri, chi più chi meno, avevano o versato un
contributo simbolico, o detto “appena avete finito vi do i soldi”,
o direttamente fatto presente che “potevamo attaccarci al... *”
A
questo punto, se solo quattro su trenta decidono di andare avanti e
di sistemare la strada, la famosa “maggioranza” da chi è
rappresentata? Così, tanto per dire.
Comunque
sia, due ore di discussione e si decide di proseguire: M. avrebbe
continuato a tartassare la gente, noi avremmo atteso la primavera per
fare i lavori, e l’unica voce che aveva osato proporre l’idea di
mettere una sbarra a chiusura della strada (il già citato S.) venne
prontamente messa a tacere da un coro di dissensi.
A
inizio primavera una nuova riunione – in otto stavolta – e poi
un’altra in maggio dove finalmente ci viene comunicata da M. la
data dei lavori: il nove di giugno. In tutto questo, poiché i soldi
raccolti sono meno della metà di quanto previsto, non solo si è
pensato bene di cementare solo la metà della strada “a spregio”,
ma persino di farla da noi; inoltre, poiché a detta di M. “noi non
siamo i cretini e loro non sono i furbi” ci viene comunicato che
verrà messa una catena a chiudere l’accesso alla strada “da dove
inizia il cemento in poi” (ovvero da casa di M. a casa di S.) per
far sì che chi non ha pagato sia costretto a farsela a piedi per
raggiungere la propria proprietà.
Più
di uno – me compreso – fa presente che tale è un abuso, in tanti
si storce il naso, ma alla fine la sua retorica prevale e col
sostegno dell’altro residente fisso della zona – tra chi è
coinvolto nella faccenda della strada ci sono perlopiù villeggianti
occasionali e proprietari da una botta e via, e a vivere stabilmente
qui siamo in tre: M., io e indovinate chi è l’altro – accettiamo
con un grugnito questa novità che, viene detto, “resterà solo il
sabato e la domenica” anche perché così “il postino potrà
passare tranquillamente”. Tutto questo senza votazione e senza
nulla di scritto, nella migliore delle tradizioni popolari “a
fiducia”.
Arrivano
dunque le betoniere, vengono stese le reti, si versa il cemento, e
tra un litigio e un altro viene steso il manto stradale. Così a
cazzen, come è giusto che sia, con tanto di bozzi, buche e
strisciate oscene. Ovviamente il cemento si linea ovunque entro il
giorno dopo, ma chi se ne impipa? La strada si dice fatta e la catena
viene tesa all’altezza della recinzione del terreno di M. che,
scherzando e babbiando, più di una volta si definisce “il
portinaio”.
Il
primo week-end passa tra un concerto di proteste e – a detta di M.
– una pioggia di soldi, tanto che – sempre a detta sua – “in
una giornata è finito un blocchetto di fatture”.
Qualunque
persona normale penserebbe a questo punto che la catena avrà ragione
di esistere per davvero poco tempo... e invece no. Al lunedì,
infatti, troviamo la catena attaccata al paletto e la strada chiusa.
Inutile
dire che a quel punto ho iniziato a sospettare il tranello e, con il
pensiero rivolto al portalettere, ho chiesto lumi. La risposta di M.
è stata: “No, siccome la gente passa da qui pure durante la
settimana, metterla solo nel week-end non ha senso” e al mio fargli
notare che pure il postino vorrebbe passare per consegnare la cazzo
di posta, ha risposto: “Allora la mattina la si toglie e la si
rimette nel primo pomeriggio.” “Siamo sicuri?” “Te lo
prometto”.
Vabbe.
Peccato
che al mercoledì la moglie di S., alle dieci del mattino, nello
scendere da casa stava per mettere la catena e le ho dovuto gridare,
dal mio terreno, di non farlo; e peccato che, neanche cinque minuti
dopo, ho trovato la cazzo di catena agganciata e sono dovuta scendere
da casa per andarla a togliere. E ancora peccato che, quando
diligentemente sono andata per rimetterla, l’ho trovata annodata al
suo cazzo di paletto, bella tesa a sbarrare il passo.
Ceh...
Parliamone.
Segue
telefonata nervosa a M. nella quale mi sento dire che lui non è
responsabile di nulla – al mio paese chi dice “te lo prometto”
si assume una qual certa responsabilità – che la catena l’abbiamo
voluta tutti e che nessuno aveva mai parlato di “solo nel
week-end”. Ovviamente non me la tengo e gliene scavallo tremila,
lui probabilmente informa mr. S. e signora e parte la guerra a chi la
dice – e la fa – più grossa. Tra un borioso “ti sei permessa e
non ti devi permettere più” e un “se non ti sta bene puoi anche
trasferirti”, volano in quel giovedì anche le minacce della moglie
di M. che, a due centimetri scarsi dalla mia faccia, mi urla “ti
gonfio di botte!” davanti alla combriccola – ovvero: il marito e
i signori S. – che quasi se la ridono come un branco di iene. Mi
viene intimato di tacere più di una volta, mi sento definire pazza,
rincoglionita e incivile, mi viene praticamente detto dalla moglie di
M. che se proverò a mettere la cassetta della posta vicino alla
catena – dunque vicino casa sua – la farà volare, e per giunta
sento dire più e più volte che “la decisione di mettere la catena
spetta alla maggioranza”.
Sah.
Due
proprietari contro i restanti ventotto? O – dato che poi la gente è
lecchina e dimentica le cose a convenienza e da che il mercoledì
dicono “sì è vero doveva essere solo sabato e domenica” a che
il giovedì diventa “eh, non ricordo...” – quattro contro i
restanti ventisei?
Ovviamente,
siccome M. ed S. hanno la cassetta della posta anche all’inizio
della strada, giù in fondo vicino alla Statale, il problema del
postino – mi viene detto – è solo mio e quindi “sono cazzi
miei”.
E
deficiente io che ho pagato per una strada che non mi serviva e non
m’interessava, tra parentesi, dato che il problema di dover
“continuamente riparare le auto” non era decisamente mio ma loro.
È
umano a questo punto fare una scelta tra reagire e sottomettersi, tra
– come si dice di solito – fuggire o combattere. Se da un lato il
“quieto vivere” significa una certa sicurezza, dall’altro, a
questo punto e in tale contesto, pretende che ci si sottometta alla
legge del branco – o del più forte, o del bullismo, o della mafia,
fatae vobis. E cosa significa, alla tirata dei conti, sottomettersi
se non che si sarà eternamente costretti a stare con il culo
metaforicamente a ponte? Che si dovrà ingoiare qualunque rospo, che
si dovrà accettare qualsivoglia abuso, da brave pecore zelanti e
obbedienti, mentre le bestie ti banchettano attorno?
A
guerra di princìpi per guerra di princìpi – a questo punto, mi
pare chiaro, la catena se la possono infilare dove non batte il sole
anello per anello e con paletto compreso – quando sabato mia madre
è uscita con mia zia per fare la spesa ha lasciato la catena
sganciata. Neanche mezzogiorno, e dalla finestra dello studio sento
M. chiedere alla moglie con quale auto eravamo usciti, se con quella
bianca o con la jeep e, alla risposta “con quella blu”, lo sento
commentare “ah, allora c’è ancora qualcuno in casa”. Di
seguito – io me la ridevo in silenzio, godendo un mondo
dell’effetto eco che conosco a memoria e che loro stupidamente
ignorano – lo sento dire al telefono, parlando per mia madre, che
“la si deve fare sfasare” e che “ogni volta che toglierà la
catena la si dovrà rimettere, così farà sali e scendi come una
cretina”, mentre la moglie – ardita sbroccata perversa – grida:
“Da lunedì la posta la riceveranno col culo!”
Alla
domenica, misteriosamente la mia cassetta della posta – che era
agganciata a doppio fil di ferro al cancello – scompare, e dalla
casa di M. si leva alta la musica della radio mentre al contempo da
casa di S. giunge il suono martellante della disco music.
Entrambi
sanno bene quanto fastidio mi da la musica ad alto volume che
pretende di rompere la quiete tipica – o che dovrebbe essere tipica
– della campagna. E dunque, come interpretare la musica? Che, tra
parentesi, si leva ostinata da casa M. anche adesso mentre sto
scrivendo?
E
abbiamo così: spregi, furti, possibile effrazione, minacce e
villania. E, ovviamente, preoccupazione per future, possibili, nuove
effrazioni e, viste le minacce ricevute, anche per future, possibili,
aggressioni fisiche.
Di
nuovo: fuggire o combattere? Sottomettersi o reagire? Mi armo di
pazienza o di spray al peperoncino?
Ma
come si dovrebbe reagire in questi casi? Rispondendo a tono o
rivolgendosi alla legge?
Si
suppone la seconda, no?
Già.
Peccato che poi, quando tenti di sporgere denuncia, ti senti
rispondere dalle forze dell’ordine che “il sospetto non serve a
nulla” dunque la denuncia di furto sarebbe contro ignoti e stop,
che “la minaccia non è provata” dato che i testimoni si
coprirebbero a vicenda, che loro non possono nulla contro le angherie
e che dunque, in definitiva, sono cazzi nostri.
Ed
anche se obiettivamente non puoi che ammettere le loro ragioni –
verba volant, ognuno può inventarsi il cazzo che vuole, e se la
legge si muovesse per “voci di corridoio” sarebbe il delirio –
rimane il fatto che è la fine dei buoni propositi e della giustizia
comunemente detta, quando tanto la legge quanto il buonsenso si
ritirano dal bagnasciuga della società e ti lasciano immerso in una
melma informe e caotica che ti risucchia sempre più a fondo ad ogni
passo che fai.
Al
sopruso non puoi dunque che rispondere con il sopruso, allo spregio
con altrettanto spregio, all’angheria con l’angheria e
all’arroganza con arroganza, finché uno dei due contendenti – o
tu o lui o a volte entrambi – non finisce per cedere sventolando
bandiera bianca. E nel farlo – nel trasformarti nell’aguzzino del
tuo aguzzino – ecco che viene a galla il peggio di te: ti spuntano
zanne, artigli e scaglie che s’ingigantiscono al crescere di quelle
altrui mentre quelle del nemico crescono a loro volta e, più che
“stenderti sulla riva del fiume in attesa di veder passare il suo
cadavere” finisci per preparare trappole ingegnose per farcelo
cascare a peso, il nemico, dentro il fiume.
Ed
è il far-west: un girone infernale dove le regole della decenza
muoiono, la civiltà diventa un sinonimo di debolezza, la legge viene
ingoiata dal caos, e solo il più forte – in stile Hunger Games –
alla fine sopravvive. Da umano civile che eri, in pratica divieni una
creatura che trama vendetta e ordisce inganni nella speranza che
l’incauto abbocchi e commetta un’imprudenza, perché sa che in
gioco c’è la sua stessa sopravvivenza.
E
in questa trasformazione da uomo civile a belva vendicativa sta ad
ognuno di noi decidere quando e dove fermarsi, come e perché reagire
e in che modo e, soprattutto, sta al buonsenso personale decidere
quanto si può scendere in basso nel ventre molle dell’abisso prima
di perdere ogni controllo sulla propria umanità e sulla propria
razionalità.
Io
personalmente mi terrò ai margini del consentito e aspetterò al
varco i nemici, sperando in un loro passo falso che mi consenta di
coglierli in flagranza di reato e di denunciarli con tutta la
soddisfazione del mondo, ma quanti al mio posto si limiterebbero a
ciò? Perché fare i conti con i propri, di mostri, vi assicuro che è
dannatamente difficile: ti saltano in groppa che è un piacere e come
fanno le fusa loro non le fa nessuno. Quasi fatichi a riconoscerli
come mostri tanto hanno ragione e tanto sono graziosi con le loro
ideuzze geniali e, visto come ti fanno sentire forte ogni volta che
ruggiscono in risposta agli attacchi altrui, finisci per coccolarli
quasi fossero teneri orsacchiottoni custodi.
Ed
è in questa realtà perversa e distorta, dove lotti per sopravvivere
e mano a mano che scendi in basso perdi parte di te, che alla fine,
dopo varie stremanti battaglie, magari qualcuno finisce per perdere
ogni freno e ogni lucidità, per afferrare una pistola e sparare al
vicino perché i suoi panni stesi continuano a sgocciolare, giorno
dopo giorno, protesta dopo protesta, sul suo balcone. Sembra niente,
pare uno scherzo o un’esagerazione, ma quante magagne e quanti
abusi bisogna subire prima di esplodere? In quanti modi bisogna farsi
calpestare prima di uscire definitivamente di senno?
Di
cosa, alla fine dei giochi, ci stupiamo se qualcuno sbrocca? Non
siamo forse noi stessi a generare il clima ostile che poi partorisce
idee violente? Non è forse parte della natura umana il volersi
ergere a signori e padroni dell’ambiente che ci circonda? Non è
insito in ognuno di noi il desiderio di dominare, anche a costo di
calpestare chi ci sta attorno, solo per il gusto di sentirci forti o
furbi o invincibili? E non diciamo bugie: lo facciamo in
continuazione. Lo facciamo ogni volta che ce ne sbattiamo delle norme
del viver civile e magari posteggiamo in doppia fila o teniamo la
musica a palla, lo facciamo quando pretendiamo di avere tutti i
vantaggi in una situazione e “dimentichiamo” di pensare alle
necessità altrui, lo facciamo quando anteponiamo il “nostro” al
“loro” – e ampliando il discorso, anteponiamo le necessità
della nostra città, della nostra regione, della nostra nazione,
della nostra cultura, a quella “altrui”. Dovremmo forse darci una
calmata e rientrare un tantino nei ranghi, a volte, no? Potremmo –
chessò – dare una stretta al nostro Ego piuttosto che lasciare che
si gonfi come un dirigibile oscurando così il mondo che ci circonda.
No?
Anche
perché, non è forse umanamente e universalmente conosciuta la
volontà di rivalsa, di ribellione dinnanzi ai soprusi, di vendetta,
di “giustizia”? E metto accanto i due termini – vendetta e
giustizia – poiché cos’è la “giustizia” se non una
“vendetta legalizzata”? Pensiamoci: per ogni torto subìto, la
società la fa pagare al malfattore e, a seconda della gravità
insita nel reato stesso, la legge infila qui e là delle aggravanti
giusto per “farla pagare con più intensità”. Basta dunque fare
un esercizio di logica e spostare la linea di confine per trovarci
dalla zona “giustizia” alla zona “vendetta”: ciò che è
“giustizia” in una cultura – non necessariamente uno Stato,
basta muoversi da una cerchia sociale all’altra – è “crudeltà”
in un’altra; ciò che è “punire” da una parte, da un’altra
parte viene vista come “infierire”; ciò che è “legge”,
insomma, muta facilmente in “vendetta”. È, alla fine, tutta una
questione di sfumature e, nelle sfumature, i concetti di “giusto”
e “sbagliato” perdono qualsiasi senso... semplicemente perché
sono frutto di umane costruzioni e, come tali, soggetti al giudizio
di una cultura. E se “giusto” è farla pagare a chi ti ha fatto
un torto o commette un abuso nei tuoi confronti o nei confronti della
collettività, e pur essendoci una legge questa non può essere
applicata per svariate ragioni o addirittura in taluni casi viene
applicata male, cosa rimane a chi si sente oppresso o abusato se non
la cosiddetta “giustizia privata”?
Dove
non arriva la legge arriva il buonsenso, si dice. E il buonsenso
dovrebbe dirti: ricorda che la tua libertà finisce dove inizia
quella dell’altro e mai, per nessun motivo, devi crederti sto gran
cazzo e mezzo, altrimenti qualcuno potrebbe rompersi le palle e
decidere di ridimensionarti a colpi d’ascia – metaforica nel mio
caso, purtroppo vera nel caso di parecchi supposti “paladini della
giustizia”.
Ed
è perfettamente, intimamente umano lottare per affermare il proprio
posto, per difendere la propria dignità, la propria libertà e per
stabilire i propri confini. Così come, si dice, è umano porsi dei
limiti e darsi delle regole, soprattutto quando si pretende di vivere
in comunità.
Sarebbe
il caso di rifletterci su. O no?
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