lunedì 27 giugno 2016

Sulla civiltà e sulla violenza

Da che mondo è mondo e da che l’essere umano ha iniziato a riunirsi in gruppi più o meno ampi, la vita in comunità è stata regolamentata da norme utili a non rompersi l’anima a vicenda; tali norme sono popolarmente conosciute come “regole civili” o “regole di civiltà”. Civile è ad esempio una persona che non butta cartacce in strada, o che non lascia l’immondizia davanti al portone di un palazzo, o che non tiene la musica a palla tutto il fottuto giorno, o che non si diletta a fare spregi a chicchessia. Insomma: “civile” è un qualcuno che con i suoi modi di fare non arreca disturbi evidenti e conclamati al suo prossimo.
Finché si è tutti civili, la vita in comunità fila abbastanza liscia; quando però uno o più membri di detta comunità iniziano a fottersene bellamente delle norme civili, ignorano le proteste dei propri vicini e se ne sbattono delle legittime richieste altrui, quella che era stata una comunità più o meno armoniosa diventa uno dei gironi dell’Inferno dantesco. Ed è lì, nel girone infernale, che viene a galla la vera natura dell’essere umano: una creatura contorta fatta di zanne, scaglie e corna, pronta a dilaniare, ferire, umiliare ed infine annientare il suo prossimo, e che risponde alla semplice regola “vita mea, mors tua” – più semplicemente detta “prova a farmi le scarpe e ti spezzerò le gambe”.
Questa semplice lezione di vita ci circonda ogni giorno e, ogni giorno, possiamo farne esperienza nei modi più disparati. Per quanto mi riguarda, ciò che sta accadendo nella mia strada è solo un’ennesima conferma delle mie teorie, già testate, provate ed evidenziate in ogni modo, tempo e luogo umanamente conosciuto.
Tutto è iniziato quest’inverno quando i nuovi arrivati nel vicinato hanno deciso di voler ricominciare la raccolta dei soldi per ripristinare il manto stradale.
Che la strada – comunemente definita in gergo “trazzera”, ossia una strada di campagna atta al transito di mezzi motorizzati e non – facesse abbastanza schifo – il piano stradale era talmente rovinato, a tratti così melmoso e pieno di buchi da sembrare più un territorio lunare soggetto al bombardamento continuo di asteroidi ripieni di fango – lo sapevamo tutti, e che la raccolta di questi beneamati soldi fosse un compito particolarmente arduo ne eravamo già a conoscenza, avendo tentato questa via già sette anni prima e senza successo. Loro però si sono impuntati e, trovata la complicità di un secondo residente – di seguito chiamato S. –, hanno insistito per riprendere la colletta.
E pace. A me personalmente fregava i cazzi della strada – non scendo quasi mai e in dodici anni di residenza qui non ho mai dovuto affrontare chissà quali spese per riparare supposti danni alla macchina causati dal dissesto della trazzera – ma vabbe: mi rendo conto delle difficoltà altrui e sgancio gli sghei.
La raccolta va avanti per tutto l’inverno e questo mio vicino, che chiamerò M. per comodità, scovati i contatti di tutti i proprietari di case e terreni – i “coinvolti” saremmo circa trenta – comincia la sua opera di tartassamento sistematico dei coglioni dei più recalcitranti, sentendosi spesso rispondere – e non proprio a torto – cose come “io ci vengo una volta l’anno, della strada non mi frega, tutti sti soldi non li scucio, arrangiati”.
Tira e molla, molla e tira, si fa dicembre e viene indetta una “riunione per fare il punto”. A questa riunione, su trenta eravamo presenti in sei. E sempre, su trenta, solo in quattro avevamo messo l’intera somma richiesta; gli altri, chi più chi meno, avevano o versato un contributo simbolico, o detto “appena avete finito vi do i soldi”, o direttamente fatto presente che “potevamo attaccarci al... *”
A questo punto, se solo quattro su trenta decidono di andare avanti e di sistemare la strada, la famosa “maggioranza” da chi è rappresentata? Così, tanto per dire.
Comunque sia, due ore di discussione e si decide di proseguire: M. avrebbe continuato a tartassare la gente, noi avremmo atteso la primavera per fare i lavori, e l’unica voce che aveva osato proporre l’idea di mettere una sbarra a chiusura della strada (il già citato S.) venne prontamente messa a tacere da un coro di dissensi.
A inizio primavera una nuova riunione – in otto stavolta – e poi un’altra in maggio dove finalmente ci viene comunicata da M. la data dei lavori: il nove di giugno. In tutto questo, poiché i soldi raccolti sono meno della metà di quanto previsto, non solo si è pensato bene di cementare solo la metà della strada “a spregio”, ma persino di farla da noi; inoltre, poiché a detta di M. “noi non siamo i cretini e loro non sono i furbi” ci viene comunicato che verrà messa una catena a chiudere l’accesso alla strada “da dove inizia il cemento in poi” (ovvero da casa di M. a casa di S.) per far sì che chi non ha pagato sia costretto a farsela a piedi per raggiungere la propria proprietà.
Più di uno – me compreso – fa presente che tale è un abuso, in tanti si storce il naso, ma alla fine la sua retorica prevale e col sostegno dell’altro residente fisso della zona – tra chi è coinvolto nella faccenda della strada ci sono perlopiù villeggianti occasionali e proprietari da una botta e via, e a vivere stabilmente qui siamo in tre: M., io e indovinate chi è l’altro – accettiamo con un grugnito questa novità che, viene detto, “resterà solo il sabato e la domenica” anche perché così “il postino potrà passare tranquillamente”. Tutto questo senza votazione e senza nulla di scritto, nella migliore delle tradizioni popolari “a fiducia”.
Arrivano dunque le betoniere, vengono stese le reti, si versa il cemento, e tra un litigio e un altro viene steso il manto stradale. Così a cazzen, come è giusto che sia, con tanto di bozzi, buche e strisciate oscene. Ovviamente il cemento si linea ovunque entro il giorno dopo, ma chi se ne impipa? La strada si dice fatta e la catena viene tesa all’altezza della recinzione del terreno di M. che, scherzando e babbiando, più di una volta si definisce “il portinaio”.
Il primo week-end passa tra un concerto di proteste e – a detta di M. – una pioggia di soldi, tanto che – sempre a detta sua – “in una giornata è finito un blocchetto di fatture”.
Qualunque persona normale penserebbe a questo punto che la catena avrà ragione di esistere per davvero poco tempo... e invece no. Al lunedì, infatti, troviamo la catena attaccata al paletto e la strada chiusa.
Inutile dire che a quel punto ho iniziato a sospettare il tranello e, con il pensiero rivolto al portalettere, ho chiesto lumi. La risposta di M. è stata: “No, siccome la gente passa da qui pure durante la settimana, metterla solo nel week-end non ha senso” e al mio fargli notare che pure il postino vorrebbe passare per consegnare la cazzo di posta, ha risposto: “Allora la mattina la si toglie e la si rimette nel primo pomeriggio.” “Siamo sicuri?” “Te lo prometto”.
Vabbe.
Peccato che al mercoledì la moglie di S., alle dieci del mattino, nello scendere da casa stava per mettere la catena e le ho dovuto gridare, dal mio terreno, di non farlo; e peccato che, neanche cinque minuti dopo, ho trovato la cazzo di catena agganciata e sono dovuta scendere da casa per andarla a togliere. E ancora peccato che, quando diligentemente sono andata per rimetterla, l’ho trovata annodata al suo cazzo di paletto, bella tesa a sbarrare il passo.
Ceh... Parliamone.
Segue telefonata nervosa a M. nella quale mi sento dire che lui non è responsabile di nulla – al mio paese chi dice “te lo prometto” si assume una qual certa responsabilità – che la catena l’abbiamo voluta tutti e che nessuno aveva mai parlato di “solo nel week-end”. Ovviamente non me la tengo e gliene scavallo tremila, lui probabilmente informa mr. S. e signora e parte la guerra a chi la dice – e la fa – più grossa. Tra un borioso “ti sei permessa e non ti devi permettere più” e un “se non ti sta bene puoi anche trasferirti”, volano in quel giovedì anche le minacce della moglie di M. che, a due centimetri scarsi dalla mia faccia, mi urla “ti gonfio di botte!” davanti alla combriccola – ovvero: il marito e i signori S. – che quasi se la ridono come un branco di iene. Mi viene intimato di tacere più di una volta, mi sento definire pazza, rincoglionita e incivile, mi viene praticamente detto dalla moglie di M. che se proverò a mettere la cassetta della posta vicino alla catena – dunque vicino casa sua – la farà volare, e per giunta sento dire più e più volte che “la decisione di mettere la catena spetta alla maggioranza”.
Sah.
Due proprietari contro i restanti ventotto? O – dato che poi la gente è lecchina e dimentica le cose a convenienza e da che il mercoledì dicono “sì è vero doveva essere solo sabato e domenica” a che il giovedì diventa “eh, non ricordo...” – quattro contro i restanti ventisei?
Ovviamente, siccome M. ed S. hanno la cassetta della posta anche all’inizio della strada, giù in fondo vicino alla Statale, il problema del postino – mi viene detto – è solo mio e quindi “sono cazzi miei”.
E deficiente io che ho pagato per una strada che non mi serviva e non m’interessava, tra parentesi, dato che il problema di dover “continuamente riparare le auto” non era decisamente mio ma loro.
È umano a questo punto fare una scelta tra reagire e sottomettersi, tra – come si dice di solito – fuggire o combattere. Se da un lato il “quieto vivere” significa una certa sicurezza, dall’altro, a questo punto e in tale contesto, pretende che ci si sottometta alla legge del branco – o del più forte, o del bullismo, o della mafia, fatae vobis. E cosa significa, alla tirata dei conti, sottomettersi se non che si sarà eternamente costretti a stare con il culo metaforicamente a ponte? Che si dovrà ingoiare qualunque rospo, che si dovrà accettare qualsivoglia abuso, da brave pecore zelanti e obbedienti, mentre le bestie ti banchettano attorno?
A guerra di princìpi per guerra di princìpi – a questo punto, mi pare chiaro, la catena se la possono infilare dove non batte il sole anello per anello e con paletto compreso – quando sabato mia madre è uscita con mia zia per fare la spesa ha lasciato la catena sganciata. Neanche mezzogiorno, e dalla finestra dello studio sento M. chiedere alla moglie con quale auto eravamo usciti, se con quella bianca o con la jeep e, alla risposta “con quella blu”, lo sento commentare “ah, allora c’è ancora qualcuno in casa”. Di seguito – io me la ridevo in silenzio, godendo un mondo dell’effetto eco che conosco a memoria e che loro stupidamente ignorano – lo sento dire al telefono, parlando per mia madre, che “la si deve fare sfasare” e che “ogni volta che toglierà la catena la si dovrà rimettere, così farà sali e scendi come una cretina”, mentre la moglie – ardita sbroccata perversa – grida: “Da lunedì la posta la riceveranno col culo!”
Alla domenica, misteriosamente la mia cassetta della posta – che era agganciata a doppio fil di ferro al cancello – scompare, e dalla casa di M. si leva alta la musica della radio mentre al contempo da casa di S. giunge il suono martellante della disco music.
Entrambi sanno bene quanto fastidio mi da la musica ad alto volume che pretende di rompere la quiete tipica – o che dovrebbe essere tipica – della campagna. E dunque, come interpretare la musica? Che, tra parentesi, si leva ostinata da casa M. anche adesso mentre sto scrivendo?
E abbiamo così: spregi, furti, possibile effrazione, minacce e villania. E, ovviamente, preoccupazione per future, possibili, nuove effrazioni e, viste le minacce ricevute, anche per future, possibili, aggressioni fisiche.
Di nuovo: fuggire o combattere? Sottomettersi o reagire? Mi armo di pazienza o di spray al peperoncino?
Ma come si dovrebbe reagire in questi casi? Rispondendo a tono o rivolgendosi alla legge?
Si suppone la seconda, no?
Già. Peccato che poi, quando tenti di sporgere denuncia, ti senti rispondere dalle forze dell’ordine che “il sospetto non serve a nulla” dunque la denuncia di furto sarebbe contro ignoti e stop, che “la minaccia non è provata” dato che i testimoni si coprirebbero a vicenda, che loro non possono nulla contro le angherie e che dunque, in definitiva, sono cazzi nostri.
Ed anche se obiettivamente non puoi che ammettere le loro ragioni – verba volant, ognuno può inventarsi il cazzo che vuole, e se la legge si muovesse per “voci di corridoio” sarebbe il delirio – rimane il fatto che è la fine dei buoni propositi e della giustizia comunemente detta, quando tanto la legge quanto il buonsenso si ritirano dal bagnasciuga della società e ti lasciano immerso in una melma informe e caotica che ti risucchia sempre più a fondo ad ogni passo che fai.
Al sopruso non puoi dunque che rispondere con il sopruso, allo spregio con altrettanto spregio, all’angheria con l’angheria e all’arroganza con arroganza, finché uno dei due contendenti – o tu o lui o a volte entrambi – non finisce per cedere sventolando bandiera bianca. E nel farlo – nel trasformarti nell’aguzzino del tuo aguzzino – ecco che viene a galla il peggio di te: ti spuntano zanne, artigli e scaglie che s’ingigantiscono al crescere di quelle altrui mentre quelle del nemico crescono a loro volta e, più che “stenderti sulla riva del fiume in attesa di veder passare il suo cadavere” finisci per preparare trappole ingegnose per farcelo cascare a peso, il nemico, dentro il fiume.
Ed è il far-west: un girone infernale dove le regole della decenza muoiono, la civiltà diventa un sinonimo di debolezza, la legge viene ingoiata dal caos, e solo il più forte – in stile Hunger Games – alla fine sopravvive. Da umano civile che eri, in pratica divieni una creatura che trama vendetta e ordisce inganni nella speranza che l’incauto abbocchi e commetta un’imprudenza, perché sa che in gioco c’è la sua stessa sopravvivenza.
E in questa trasformazione da uomo civile a belva vendicativa sta ad ognuno di noi decidere quando e dove fermarsi, come e perché reagire e in che modo e, soprattutto, sta al buonsenso personale decidere quanto si può scendere in basso nel ventre molle dell’abisso prima di perdere ogni controllo sulla propria umanità e sulla propria razionalità.
Io personalmente mi terrò ai margini del consentito e aspetterò al varco i nemici, sperando in un loro passo falso che mi consenta di coglierli in flagranza di reato e di denunciarli con tutta la soddisfazione del mondo, ma quanti al mio posto si limiterebbero a ciò? Perché fare i conti con i propri, di mostri, vi assicuro che è dannatamente difficile: ti saltano in groppa che è un piacere e come fanno le fusa loro non le fa nessuno. Quasi fatichi a riconoscerli come mostri tanto hanno ragione e tanto sono graziosi con le loro ideuzze geniali e, visto come ti fanno sentire forte ogni volta che ruggiscono in risposta agli attacchi altrui, finisci per coccolarli quasi fossero teneri orsacchiottoni custodi.
Ed è in questa realtà perversa e distorta, dove lotti per sopravvivere e mano a mano che scendi in basso perdi parte di te, che alla fine, dopo varie stremanti battaglie, magari qualcuno finisce per perdere ogni freno e ogni lucidità, per afferrare una pistola e sparare al vicino perché i suoi panni stesi continuano a sgocciolare, giorno dopo giorno, protesta dopo protesta, sul suo balcone. Sembra niente, pare uno scherzo o un’esagerazione, ma quante magagne e quanti abusi bisogna subire prima di esplodere? In quanti modi bisogna farsi calpestare prima di uscire definitivamente di senno?
Di cosa, alla fine dei giochi, ci stupiamo se qualcuno sbrocca? Non siamo forse noi stessi a generare il clima ostile che poi partorisce idee violente? Non è forse parte della natura umana il volersi ergere a signori e padroni dell’ambiente che ci circonda? Non è insito in ognuno di noi il desiderio di dominare, anche a costo di calpestare chi ci sta attorno, solo per il gusto di sentirci forti o furbi o invincibili? E non diciamo bugie: lo facciamo in continuazione. Lo facciamo ogni volta che ce ne sbattiamo delle norme del viver civile e magari posteggiamo in doppia fila o teniamo la musica a palla, lo facciamo quando pretendiamo di avere tutti i vantaggi in una situazione e “dimentichiamo” di pensare alle necessità altrui, lo facciamo quando anteponiamo il “nostro” al “loro” – e ampliando il discorso, anteponiamo le necessità della nostra città, della nostra regione, della nostra nazione, della nostra cultura, a quella “altrui”. Dovremmo forse darci una calmata e rientrare un tantino nei ranghi, a volte, no? Potremmo – chessò – dare una stretta al nostro Ego piuttosto che lasciare che si gonfi come un dirigibile oscurando così il mondo che ci circonda. No?
Anche perché, non è forse umanamente e universalmente conosciuta la volontà di rivalsa, di ribellione dinnanzi ai soprusi, di vendetta, di “giustizia”? E metto accanto i due termini – vendetta e giustizia – poiché cos’è la “giustizia” se non una “vendetta legalizzata”? Pensiamoci: per ogni torto subìto, la società la fa pagare al malfattore e, a seconda della gravità insita nel reato stesso, la legge infila qui e là delle aggravanti giusto per “farla pagare con più intensità”. Basta dunque fare un esercizio di logica e spostare la linea di confine per trovarci dalla zona “giustizia” alla zona “vendetta”: ciò che è “giustizia” in una cultura – non necessariamente uno Stato, basta muoversi da una cerchia sociale all’altra – è “crudeltà” in un’altra; ciò che è “punire” da una parte, da un’altra parte viene vista come “infierire”; ciò che è “legge”, insomma, muta facilmente in “vendetta”. È, alla fine, tutta una questione di sfumature e, nelle sfumature, i concetti di “giusto” e “sbagliato” perdono qualsiasi senso... semplicemente perché sono frutto di umane costruzioni e, come tali, soggetti al giudizio di una cultura. E se “giusto” è farla pagare a chi ti ha fatto un torto o commette un abuso nei tuoi confronti o nei confronti della collettività, e pur essendoci una legge questa non può essere applicata per svariate ragioni o addirittura in taluni casi viene applicata male, cosa rimane a chi si sente oppresso o abusato se non la cosiddetta “giustizia privata”?
Dove non arriva la legge arriva il buonsenso, si dice. E il buonsenso dovrebbe dirti: ricorda che la tua libertà finisce dove inizia quella dell’altro e mai, per nessun motivo, devi crederti sto gran cazzo e mezzo, altrimenti qualcuno potrebbe rompersi le palle e decidere di ridimensionarti a colpi d’ascia – metaforica nel mio caso, purtroppo vera nel caso di parecchi supposti “paladini della giustizia”.
Ed è perfettamente, intimamente umano lottare per affermare il proprio posto, per difendere la propria dignità, la propria libertà e per stabilire i propri confini. Così come, si dice, è umano porsi dei limiti e darsi delle regole, soprattutto quando si pretende di vivere in comunità.

Sarebbe il caso di rifletterci su. O no?

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